Storia e Personaggi · Collepasso
Il 16 giugno 1992, dopo cinque ore di seduta, diciannove consiglieri su venti firmarono le dimissioni. Collepasso evitò per un soffio lo scioglimento del Consiglio per infiltrazioni mafiose — lo stesso destino che Parabita avrebbe subito 25 anni dopo. Questa è la storia di quella notte.
Ci sono decisioni che si prendono quando non c’è più nessuna altra strada. Il 16 giugno 1992, nell’aula del Consiglio comunale di Collepasso, diciannove consiglieri su venti firmarono un documento di dimissioni collettive. Non era un atto di debolezza. Era l’unico modo per evitare qualcosa di molto peggio.
Il Ministero dell’Interno stava per sciogliere il Consiglio per collusioni con la criminalità organizzata. Uno scioglimento d’autorità — come quello che anni dopo avrebbe colpito la vicina Parabita, nel 2017, lasciandola commissariata per due anni — avrebbe marchiato Collepasso per sempre.
Quell’autoscioglimento fu invece una scelta. Dolorosa, contrastata, arrivata dopo mesi di crisi e un’escalation di eventi che avevano reso la situazione insostenibile. Ma fu una scelta — e quella differenza, nel giudizio della storia, conta.
La crisi si aggrava: dall’Antimafia alle aggressioni in piazza
Dopo l’estate del 1991 e le dichiarazioni della Commissione Parlamentare Antimafia, l’amministrazione DC di Collepasso era entrata in una spirale da cui non sarebbe più uscita. Le dimissioni di sindaco e giunta del 28 giugno 1991, poi ritirate, non avevano risolto nulla. Anzi, avevano reso più evidente l’incapacità della maggioranza di affrontare la situazione.
Il Comitato di Controllo aveva nel frattempo bocciato le delibere sulle convenzioni per la nettezza urbana — quelle affidate a “ditte individuali” gestite da ex detenuti e pregiudicati. La segreteria provinciale del PDS aveva commentato senza mezzi termini che in quelle convenzioni era “chiaramente visibile il segno della volontà di contraccambiare alcuni elementi legati alla criminalità per i favori ottenuti nell’ultima campagna elettorale”.
Il punto di non ritorno arrivò la mattina del 3 aprile 1992.
1992
I titolari delle “ditte individuali” per la nettezza urbana — irritati dagli articoli sui giornali — aggredirono fisicamente il consigliere PDS Tommaso De Simone e minacciarono Pantaleo Gianfreda nei pressi del Palazzo municipale. I due consiglieri furono costretti a rifugiarsi nell’ufficio dei Vigili e vennero liberati solo dopo l’intervento dei Carabinieri, allertati anche dal Prefetto grazie a una decisa telefonata dell’onorevole Massimo D’Alema, in quei giorni a Lecce per impegni elettorali.

Quello che avvenne la sera stessa fu ancora più sconcertante: quegli stessi individui che la mattina avevano aggredito i consiglieri di opposizione, la sera parteciparono — in prima fila — al comizio DC di chiusura della campagna elettorale. Il senatore Giacovazzo, dal palco, definì le notizie sui giornali una “montatura elettorale” che sarebbe svanita “come fumo” dopo le elezioni. E ricevette gli applausi di quegli stessi personaggi.
“Quegli individui che la mattina avevano provocato, minacciato, insultato, aggredito i consiglieri comunali PDS, la sera erano a pieno titolo nel corteo elettorale DC. Nessun sussulto morale.”
Comunicato della sezione PDS di Collepasso — aprile 1992
Aprile-maggio 1992: la DC si paralizza
Il 17 aprile 1992 sindaco e giunta si dimisero nuovamente, invocando “dialogo e collaborazione”. Le dimissioni erano reali questa volta, ma i travagli interni alla DC ostacolarono ogni soluzione. Il Consiglio comunale fu convocato per l’8 e il 25 maggio per eleggere sindaco e giunta: in ambedue le sedute i 12 consiglieri DC disertarono l’aula.
Il PDS e il PSI — che pure spingevano per lo scioglimento d’autorità — avevano dimostrato disponibilità al dialogo, chiedendo però una netta discontinuità di uomini e programmi. La DC rifiutò.
Il segretario provinciale PSI Gianni Scognamillo scrisse: “A Collepasso non c’è più da mesi la maggioranza monocolore DC che non riesce nemmeno a sostituire un assessore dimissionario e si respira un clima intimidatorio nei confronti dei consiglieri di opposizione. L’unica strada seriamente percorribile è lo scioglimento del Consiglio per dare ai cittadini l’opportunità di rieleggere nuovi amministratori.”
Anche i deputati PDS Massimo D’Alema, Ernesto Abaterusso e Antonio Bargone presentarono il 25 maggio 1992 un’interrogazione al Ministro dell’Interno, chiedendo lo scioglimento del Consiglio di Collepasso per “elementi diretti e indiretti di collegamento tra amministratori e criminalità organizzata”. Il Governo stava preparando il provvedimento.
16 giugno 1992: cinque ore che cambiarono la storia di Collepasso
Il 16 giugno 1992 era l’ultimo giorno utile per eleggere sindaco e giunta senza incorrere nello scioglimento automatico. La DC tentò un estremo tentativo presentando una proposta con nuovi nomi. Non bastò.
Dopo cinque ore di seduta — che i giornali descrissero come “batti e ribatti” — i capigruppo si riunirono per trovare una linea unitaria. Fu in quella riunione che il sindaco Luigi Longo comprese che non c’era alternativa. Il rischio di scioglimento governativo per collusioni mafiose era concreto e imminente.
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19/20
consiglieri che firmarono le dimissioni — solo uno si rifiutò
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5 ore
di seduta prima della decisione finale
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19 giu
1992: il Prefetto Stelo sciolse il Consiglio con decreto ufficiale
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“Finalmente è stato restituito ai cittadini il potere di scegliere la nuova classe dirigente.”
Antonio Rotundo, PDS provinciale — dopo l’autoscioglimento, giugno 1992
Il sindaco Luigi Longo — da sempre duramente avversato in Consiglio per le sue responsabilità amministrative — seppe in quel momento dimostrare freddezza e acume politico. Capì che le dimissioni erano il “male minore”: evitavano al Comune l’onta incancellabile dello scioglimento per mafia. Il 19 giugno il Prefetto Vittorio Stelo sciolse il Consiglio con decreto e nominò Commissario il dottor Francesco Greco.
Cosa disse il Parlamento: il senso di responsabilità che anticipò il Governo
Il 7 luglio 1992 il Governo rispose alle interrogazioni parlamentari sulla questione Collepasso nella seduta della Camera dei Deputati. Le parole del sottosegretario all’Interno e la replica dell’onorevole Bargone sono il documento più chiaro su cosa stesse davvero per succedere.
Sottosegretario all’Interno Claudio Lenoci (PSI): “Il Prefetto di Lecce, dopo aver disposto il 19 giugno la sospensione del consesso elettivo e aver nominato il commissario per la provvisoria gestione dell’ente, ne ha proposto lo scioglimento. Il relativo provvedimento è in corso di predisposizione.”
On. Antonio Bargone (PDS), in replica: “Per quanto riguarda il Consiglio comunale di Collepasso, prendo atto dell’autoscioglimento e, quindi, del fatto che il senso di responsabilità dei consiglieri comunali ha, in un certo modo, anticipato l’intervento da parte del Governo.”
Era scritto nero su bianco in un verbale parlamentare: il Governo stava per sciogliere il Consiglio. L’autoscioglimento lo aveva anticipato. Non c’era nulla da interpretare, nulla da minimizzare. Eppure, negli anni successivi, ci fu chi provò a fare esattamente questo.
La cronologia della crisi: da aprile a dicembre 1992
Il negazionismo che seguì: quando qualcuno tentò di riscrivere la storia
Negli anni e nei decenni successivi, alcuni esponenti politici locali tentarono sistematicamente di ridimensionare, occultare o negare i fatti di quel periodo. Un fenomeno che chi ha vissuto quegli anni definisce senza mezzi termini negazionismo storico.
Nel novembre 2018, in una seduta del Consiglio comunale, il sindaco Paolo Menozzi — che nel 1992 faceva parte della stessa amministrazione DC — affermò: “Non c’è scritto da nessuna parte che quel Consiglio Comunale è stato sciolto per mafiosità. Quel Consiglio comunale si sciolse perché ci furono le dimissioni di tutti i Consiglieri comunali.”
Le dimissioni non furono spontanee. Erano l’alternativa che i consiglieri scelsero per evitare lo scioglimento governativo già in corso di predisposizione — come attestato dal verbale parlamentare del 7 luglio 1992.
La relazione della Commissione Parlamentare Antimafia — documento XXIII n.38, X legislatura, approvato all’unanimità il 15 ottobre 1991 — è tuttora consultabile negli archivi del Parlamento italiano.
Anche Orazio Antonaci, nella pubblicazione del 2012 sulle amministrazioni comunali di Collepasso, scrisse che “ogni accusa si era rivelata infondata”. Una ricostruzione che non corrisponde ad alcun atto giudiziario o parlamentare esistente.
“Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis.”
“La Storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, messaggera dell’antichità.”
Cicerone — citato nel volume di Pantaleo Gianfreda
Quello che quella firma costò — e quello che salvò
Firmando quelle dimissioni il 16 giugno 1992, diciannove consiglieri — di maggioranza e opposizione, nemici politici che su tutto il resto non erano d’accordo — fecero una cosa sola in comune: salvare la reputazione della propria comunità.
Basta guardare cosa successe a Parabita nel 2017: scioglimento d’autorità per infiltrazioni mafiose, due anni di commissariamento, un’onta che quella comunità — altrettanto sana nella sua stragrande maggioranza — porta ancora. Collepasso evitò tutto questo per un soffio, grazie a una scelta collettiva presa sotto pressione, in extremis, con un Governo che aveva già il provvedimento pronto.
Raccontarlo non è riaprire vecchie ferite. È capire cosa significa quando la politica funziona: quando, anche tardi, anche malvolentieri, chi ha responsabilità pubbliche sceglie il bene della comunità invece del proprio tornaconto. Succede raramente. Quando succede, va ricordato.
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Quarto articolo di una serie sulla storia di Collepasso negli anni ’80-’90, tratta dal volume “I terribili anni ’80-’90 e le Amministrazioni di Alleanza Democratica (1992-1998)”.
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