… quel “silenzioso urlo” del “ragazzo del rondò”

… quel “silenzioso urlo” del “ragazzo del rondò”

10 Luglio 2022 Off Di Pantaleo Gianfreda

Questo è uno di quegli articoli che non avrei mai voluto scrivere… perché riguarda un giovane, il cui stato, evidenziato coram populo (cioè, pubblicamente e davanti a tutti), esprime sofferenza e disagio… perché il caso ha indubbie e delicate implicazioni (individuali, familiari, psicologiche, sociali) sulle quali mi guardo bene dall’intervenire o esprimere giudizi (“Chi siamo noi – direbbe Papa Francesco – per giudicare?!?”)… perché stringe il cuore vedere lo stato fisico trasandato di quello che ricordavo come un ragazzo bello e promettente… un ragazzo assurto da un po’ di tempo ad enigmatica e misteriosa “statua” semimovente lungo una frequentatissima arteria stradale (l’area del rondò della Masseria Grande).

Il “caso” è da tempo di dominio pubblico (tacerne sarebbe solo pura ipocrisia) e mi risulta che diverse siano state le segnalazioni alle Autorità competenti, anche perché, oltre al disagio e agli interrogativi che provoca in tutti i passanti, quel ragazzo rischia di diventare un “pericolo pubblico” per gli automobilisti che transitano su quel tratto di strada molto frequentato, oltre che per se stesso.

Per motivi “agricoli” faccio spesso (talora anche più volte al giorno) il tratto da Collepasso all’incrocio per la Supersano-Cutrofiano e confesso il mio personale e impotente disagio nel vedere quel ragazzo, nella luce del giorno e sotto il sole cocente, come nell’oscurità della notte, stazionare immobile o muoversi a tratti brevi lungo la strada pubblica o nella bretella che fiancheggia il rondò.

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È un miracolo se sinora non sia successo niente di irreparabile… ma può succedere da un momento all’altro.

Ed è anche questo che mi spinge a scriverne. Poche sere fa, rientrando a casa verso le 22.00-22.30, ho rischiato di investire quel ragazzo, improvvisamente apparsomi come un’ombra dal cono d’ombra in cui stazionava immobile e quasi invisibile, proprio sulla linea bianca di delimitazione del cerchio del rondò.

Ho saputo che il “caso” è da tempo all’attenzione dei competenti servizi comunali e di sicurezza pubblica e che gli stessi si stanno attivando.

Mi chiedo, però, e in tanti si chiedono: è mai possibile che un caso così clamoroso, una situazione di evidente disagio e, al contempo, di pericolo per l’incolumità dello stesso giovane e per la sicurezza stradale non abbia trovato ancora soluzione?!?

Come ho scritto in premessa, mi guardo bene, data la delicatezza della situazione, dall’entrare nei dettagli o nel merito della vicenda. Anche se Istituzioni locali, comunità parrocchiali, associazioni e “addetti ai lavori” avrebbero il dovere di un’attenta riflessione su questi ricorrenti fenomeni di disagio giovanile che si insinuano nella “carne viva” della nostra comunità, talora con esiti devastanti e drammatici per le famiglie (che non vanno mai lasciate sole). I ripetuti casi, almeno quelli noti che sono sulla bocca di tutti (…ma spesso si fa finta di non vedere e non sentire), dovrebbero spingere a non sottovalutare certi fenomeni che colpiscono al di là del ceto sociale. Anzi, a Collepasso (e non solo) pare che colpiscano in particolare le famiglie più agiate o, perlomeno, che non sono catalogabili tra la categoria delle “famiglie disagiate”. Auspico che l’Amministrazione comunale, in particolare l’Assessorato alle Politiche sociali retto da una donna valida e sensibile come Eliana Vantaggiato, assuma doverose iniziative per affrontare la delicata problematica.

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In merito al “ragazzo del rondò”, vorrei, infine, esprimere una mia sensazione, che forse in tanti, almeno i più sensibili e “sensitivi”, avvertono.

Ho l’impressione che quella presenza così singolare, costante, anomala, clamorosamente ostentata agli “occhi del mondo”, seppur pacifica, nasconda un represso “urlo” interiore di un pezzo di “umanità sofferente”: l’urlo di una richiesta di aiuto e di attenzione che quel ragazzo lancia alla comunità, un “urlo silenzioso” che si ha il dovere di “intercettare” e cui dare risposta. Non è possibile che una giovane vita sia lasciata in balia di se stessa, alla deriva.

Mi viene in mente il noto ed emblematico dipinto di Edvard Munch, noto come “L’Urlo di Munch”.

“Pochi dipinti – scrivono gli addetti ai lavori (cliccare su articolo) – possono vantare un successo universale come “L’Urlo di Munch” e nessun altro ha saputo in una sola immagine incarnare il dramma esistenziale dell’uomo moderno. L’opera nasce intorno al 1893, negli anni berlinesi e insieme ad altri dipinti era destinata a formare, nell’idea dell’artista, un grande manifesto dell’intera esperienza umana, dalla nascita alla perdita, dall’amore all’ossessione, dalla solitudine alla morte. … Perché grida? Il grido è una reazione istintiva, primordiale, profonda. Si grida per la paura e per il dolore. L’essere umano raffigurato nel quadro è terrorizzato e scosso dalla sofferenza. Qual è la causa del suo dolore? Qual è la causa della sua paura? La paura, il dolore, sono dentro di lui. Non c’è un agente esterno. A dircelo è quel primo piano agghiacciante. Smarrimento, solitudine, incomunicabilità, i temi su cui indagano le grandi menti dell’epoca, da Schopenhauer a Kierkegaard, da Ibsen a Kafka, fino a Freud. … Che si tratti di uno spettro interno è il quadro a dirlo, o meglio a non dirlo. Nessun riferimento figurativo ci indica un’altra possibile causa e le due persone sullo sfondo non vedono, non sentono, non accorrono”.

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… in un clima di solidarietà umana, comunitaria e istituzionale, dovremmo, invece, nel caso del “ragazzo del rondò” (e di altri analoghi casi), “vedere, sentire, accorrere”.

Alla mia coscienza di cittadino sensibile e solidale è sembrato doveroso farlo con l’unico strumento che mi è possibile: questo articolo di riflessione e di stimolo.

Pantaleo Gianfreda