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Martedì 21 luglio, alle ore 20.30, nell’area del sagrato della Basilica Santuario “Madonna delle Coltura” di Parabita, il “Comitato per Aldo” presenta il volume “Parole che uniscono ricordando Aldo D’Antico”.

La serata, condotta da Valeria Giannelli, si svolge in collaborazione con Comune, Pro Loco, La Notte della Vicinanza 2026, VenerArti 2026.

Il volume contiene interventi e testimonianze di chi ha conosciuto, stimato e apprezzato l’uomo, l’intellettuale e l’opera culturale e sociale dell’indimenticabile Aldo D’Antico, scomparso il 31 gennaio 2024.

Il 21 luglio a Parabita presentazione del  volume “Parole che uniscono ricordando Aldo D’Antico”Tra le testimonianze anche quella del vostro cronista, che pubblico.

Colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente la cara amica Franca Capoti, vedova di Aldo, per aver chiesto anche un mio intervento da inserire nel volume in ricordo del caro amico.

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Aldo D’Antico, “Magister et Minister”
Anni fa fui costretto a liberarmi della mia raccolta di decennali annate de “l’Unità” e di alcune annate di “Rinascita” che negli anni avevo gelosamente raccolto e conservato.
Negli anni ’70-’80 per noi giovani comunisti era quasi un “dovere” acquistare ogni giorno “l’Unità”, soprattutto poi quando si avevano anche ruoli dirigenziali. E poi, al di là delle notizie e della “linea” che “dettava” il giornale a militanti e dirigenti, per tanti di noi acquistare ogni giorno “l’Unità” significava prima di tutto leggere, in prima pagina, l’imperdibile rubrica del mitico Fortebraccio. I suoi brevi e secchi corsivi, ironici, graffianti e così spesso satirici, ci permettevano di affrontare la giornata con un sorriso o una risata e, al contempo, stimolare il nostro impegno politico. I corsivi di Fortebraccio avevano maggiore efficacia e incisività, oltre che essere più comprensibili, di tanti dibattiti e comizi.
Aver conservato per anni questo patrimonio storico e politico ed essere costretto a liberarmene, mi creava quasi un “caso di coscienza”. Non me la sentivo di mandare al macero o bruciare quel prezioso tesoro che forse poteva servire per le future generazioni o per qualche ricercatore. Che fare?!?
“Aldo!”, pensai.
Mi era balenata in un primo momento l’idea di donare la collezione alla Biblioteca del mio Comune. Con quali garanzie, però?!? A Collepasso non c’era, se non nominalmente, una biblioteca degna di questo nome. E poi il clima politico locale non era all’epoca (per la verità, non lo è nemmeno oggi) dei migliori e quelle migliaia di copie dello storico quotidiano comunista rischiavano di marcire in un anfratto umido e nascosto di qualche remoto immobile comunale. Solo Aldo poteva rappresentare la soluzione e la garanzia, da tempo impegnato com’era ad arricchire la Biblioteca e l’Archivio storico presso Palazzo Ferrari al servizio del bene comune. Lo chiamai e lui acconsentì immediatamente. Fu così che mi recai a Palazzo Ferrari con la mia R4 stracarica di copie de “l’Unità”, già selezionate anno per anno, e di qualche annata di “Rinascita”.
Riporto questo aneddoto personale per significare come Aldo sia stato sempre un punto di riferimento non solo per i giovani, i ricercatori e i “culturalmente curiosi” della sua comunità, ma anche di quelli dei Comuni vicini e di una più vasta area territoriale del Basso Salento (e non solo).
D’altronde le “incursioni” e le permanenze a Parabita, promosse da Aldo, di intellettuali di grande livello – per tutti Tommaso Fiore e tanti altri non meno illustri -, le iniziative, i periodici incontri e confronti culturali, i suoi scritti avevano già “consacrato” quest’uomo minuto dall’occhio vivace e la mente frizzante e versatile come punto di riferimento e interlocutore per una vasta area territoriale.
Il 21 luglio a Parabita presentazione del  volume “Parole che uniscono ricordando Aldo D’Antico”
Aldo D’Antico
Pur visceralmente legato alla sua Parabita e alle ricerche che riguardavano in particolare la sua città, Aldo era aperto ad ogni contributo ed alieno da ogni vieto campanilismo o angusto territorialismo. La ricerca e lo studio del/sul “locale” significava per lui valorizzare e ridare dignità alle “radici” senza le quali una comunità rischia appiattimento e omologazione a modelli culturali “altri” o imposti dal dominio neocolonialistico, consumistico e oligarchico dei media nazionali o da quello più recente e pernicioso dei social.
La sua stessa rilettura critica e attenta dei processi che portarono all’Unità d’Italia con la conseguente emarginazione e penalizzazione del Mezzogiorno, i suoi scritti e la sua adesione alla “Giornata della Memoria in ricordo delle vittime meridionali dell’Unità d’Italia”, stabilita al 13 febbraio di ogni anno dal Consiglio regionale della Puglia nel 2017, non avevano alcunché di “sciovinista”. Rappresentava, piuttosto, la ricerca della verità storica circa le ingiustizie e le repressioni subite dai meridionali e le brame annessionistiche di potentati economici nazionali e sovranazionali che segnarono il decadimento del Mezzogiorno e le emigrazioni di massa.
Andare alla radice dei problemi senza adagiarsi acriticamente sulla storiografia e/o sulla cultura ufficiale era uno dei pregi maggiori di Aldo, un uomo che voleva capire e far capire i processi non facili di un territorio dalle grandi potenzialità e risorse umane come “leva” per una nuova “rinascenza”.
Leggendo con attenzione ed interesse la recente pubblicazione curata da Paolo Vincenti, “Un paese vuol dire… Scritti di uno storico ‘visionario’”, che raccoglie scritti ed iniziative di Aldo, mi è sembrato di “cogliere” e capire meglio il contesto storico e sociale in cui è maturata l’esperienza di questo “maestro” e, al contempo, “ministro” di cultura.
Indubbiamente Aldo appartiene e si pone ormai storicamente accanto a quei non pochi “straordinari personaggi parabitani” che hanno connotato la società, la storia, la cultura, la tecnica e le scienze di Parabita nel secolo scorso, in quello precedente e nell’attuale. Una comunità che, seppur mi è da sempre familiare, mi è stata meglio “disvelata” dalla raccolta organica degli scritti di Aldo, solo alcuni dei quali a me già noti.
Aldo è stato ed è espressione di quella vivacità culturale – e di conseguenza sociale e anche politica – che ha caratterizzato e caratterizza alcuni centri, anche piccoli, del Salento. Parabita è tra questi. A differenza, diciamolo senza infingimenti, della mediocrità culturale – e di conseguenza sociale e anche politica – di altri centri contermini.
Aldo è il frutto, uno dei più maturi, di quella storia parabitana di “straordinari personaggi” o, per dirla con l’antico aforisma maoista, dei “cento fiori” che hanno germogliato e, grazie a persone come lui, continuano a germogliare in una comunità attenta, laica, rispettosa, legata alle tradizioni – in particolare alla Madonna della Coltura -, democratica, socialista, progressiva e aperta, che ha fatto tesoro dell’intelligenza e della lungimiranza di tanti suoi illustri personaggi e anche di tanti momenti tragici della sua storia. Cito per tutti l’“avvenimento di inaudita violenza” del 23 giugno 1920, come lui scrive, “passato alla storia con il nome di “Eccidio di Parabita””, oggi mirabilmente descritto nel bellissimo romanzo storico “Nel cuore di Rosaria” di Daniele Greco.
Non riesco a fissare nella memoria, che l’età trasforma spesso in “foresta” sempre più “oscura”, la data esatta in cui ho conosciuto Aldo. Certamente negli anni ’70. Forse persino a fine anni ’60. Gli anni “mitici” delle trasformazioni e delle lotte sociali, sindacali, politiche e culturali. Ho sempre avuto grande stima di Aldo perché era vivace, attento, curioso, eclettico e versatile. Gli ho voluto bene e lo sentivo come un fratello maggiore. “Maggiore” in tutto. “Maestro” e, al contempo, “Ministro”.
Scrive Ivano Dionigi, cultore della letteratura e delle lingue classiche, già Magnifico Rettore dell’“Alma Mater” di Bologna, in uno dei tanti suoi mirabili libri: “Maestro (magister) è colui che ha un ruolo superiore (magis), contrapposto a “ministro” (minister), colui che ha un ruolo inferiore (minus). Sono termini del linguaggio religioso: il primo era il celebrante principale, il secondo era l’assistente, il servitore. Segno di tempi malsani: noi abbiamo sostituito al rispetto e all’ammirazione per i maestri l’ossequio e il servilismo per i ministri”.
Al di là dell’amara e ironica constatazione finale di Dionigi, io penso che Aldo sia stato magister et minister culturae. Maestro di Cultura. Perché era innamorato della Cultura, diffondeva Cultura ed aveva acquisito indubbiamente un “ruolo superiore”. Al contempo, Aldo è stato Ministro di Cultura. Umile e tenace “servitore” della Cultura, che ha servito sino all’ultimo giorno della sua vita.
Mi piace ricordare così Aldo… magister et minister.

Pantaleo Gianfreda


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