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? Serie editoriale in corso
Da dove veniamo.
Cosa significa fare politica.

Una serie dedicata alle nuove generazioni — politiche e non — per raccontare cosa è successo davvero in questo paese negli anni in cui qualcuno scelse di combattere per la legalità e la democrazia invece di voltarsi dall’altra parte.

✊ Una sfida consapevole

Sappiamo che nell’era dei social, dei reel e dello scroll infinito, leggere articoli approfonditi è diventato difficile. Oggi solo una piccola percentuale di persone legge libri e si informa davvero in profondità. Lo sappiamo. E scegliamo di farlo lo stesso.

Se anche una sola persona, tra un TikTok e l’altro, si fermerà a leggere queste storie e capirà da dove veniamo — quella sarà una vittoria. Perché certi errori, una volta dimenticati, si ripetono.

Articolo 2 di 5
Serie: Memoria, Democrazia e Legalità — Collepasso anni ’80-’90

Storia e Personaggi · Collepasso

Nel 1978 un gruppo di giovani disoccupati di Collepasso fondò una cooperativa agricola su trent’ettari di terra incolta. Ci vollero anni di lavoro, sacrifici e finanziamenti per costruirla. Bastò una notte per distruggerla. E lo Stato non trovò mai i responsabili.

C’è un modo per misurare quanto una comunità sia ostaggio della criminalità organizzata: guardare cosa succede a chi prova a costruire qualcosa di onesto.

La cooperativa agricola Il Quadrifoglio nacque a Collepasso il 7 luglio 1978, con atto del notaio Donato Placì. I fondatori erano giovani disoccupati e contadini di Collepasso e Cutrofiano. L’idea era semplice e ambiziosa allo stesso tempo: acquistare terra incolta, bonificarla, farla produrre, dare lavoro stabile ai soci. In un Salento che faticava a trovare sbocchi occupazionali per i giovani, era un esperimento sociale oltre che agricolo.

In undici anni di attività fu sistematicamente sabotata dalla criminalità organizzata. Furti, danneggiamenti, intimidazioni. Fino alla notte del 26 ottobre 1989, quando i criminali appiccarono il fuoco al capannone e distrussero tutto.

I responsabili non furono mai trovati. Le indagini durarono quattro mesi.


Trent’ettari di terra incolta e un sogno da costruire

A differenza di molte cooperative giovanili nate in quegli anni nel Mezzogiorno — che puntavano all’occupazione delle terre abbandonate — il Quadrifoglio scelse una strada più impegnativa: acquistare i terreni con un mutuo agrario. Trent’ettari in località Manimuzzi, di proprietà di De Marco Maria di Maglie. Nessuna occupazione, nessun sussidio a vuoto. Un investimento vero, con rischio vero.

La cooperativa poteva contare sui finanziamenti previsti dalla legge regionale n. 34 del 24 luglio 1978 — interventi per favorire la cooperazione giovanile e il recupero delle terre incolte nel settore agricolo. Per ottenerli rapidamente fu determinante il lavoro di un giovane funzionario dell’Assessorato Regionale all’Agricoltura, il dottor Roberto Celi, prematuramente scomparso.

30 ha
di terra incolta acquistata con mutuo agrario e bonificata
1.000 m²
di capannone costruito con finanziamenti regionali
5.000
giornate lavorative garantite ai soci nelle annate migliori

Il piano colturale era diversificato: produzioni orticole e floricole in pieno campo, coltura protetta, serre tunnel e serre in policarbonato per fiori e primizie nel periodo autunno-inverno. Si coltivavano anche tabacco, frumento e altre colture. I risultati furono tali che l’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura inserì i terreni della cooperativa tra i propri campi sperimentali per colture arboree: feijoa, mandorlo, pesca precoce, nuove varietà di olivo.

? Un modello innovativo per il Salento

Il Quadrifoglio non era solo una cooperativa agricola. Era una risposta concreta alla disoccupazione giovanile nel Salento degli anni ’70-’80, costruita senza aspettare che lo Stato risolvesse i problemi. Acquisto con mutuo, finanziamenti regionali, piano colturale diversificato, lavoro continuativo. Un esempio che l’Ispettorato Provinciale riconobbe inserendo i terreni tra i campi sperimentali ufficiali.


Gli anni dei furti: una guerra di logoramento

Prima dell’incendio finale, la cooperativa fu colpita per anni da una serie sistematica di furti e danneggiamenti. Nonostante un contratto con un istituto di vigilanza. Nonostante le denunce alle forze dell’ordine. Nonostante i solleciti.

Le indagini non portarono mai all’individuazione di alcun responsabile. Ogni volta.

Maggio 1986
Rubati 1.500 metri di tubazione per irrigazione e molti irrigatori. Primo segnale di una pressione sistematica.

Luglio 1987
Rubato un trattore Massey Ferguson 240.

Agosto 1987
Rubati un autocarro, un motocoltivatore e altre attrezzature.

Ottobre 1987
Rubati 100 quintali di tabacco secco.

Marzo 1989 — il furto sventato
Tentato furto di decine di quintali di rotoli di plastica. Gianfreda, passando casualmente di notte sulla provinciale per Casarano, notò strani riflessi dal piazzale. Bloccò con la sua auto un camion che usciva a luci spente. I ladri fuggirono nel buio. Il camion, sequestrato, risultò appartenere a una nota impresa edile di Copertino. Anche in questo caso: nessun responsabile individuato.
Ricostruzione della notte in cui Pantaleo Gianfreda bloccò il camion dei ladri al piazzale della cooperativa Il Quadrifoglio, marzo 1989
Marzo 1989: la notte in cui un camion a luci spente fu bloccato nel piazzale della cooperativa

26 ottobre 1989 — Incendio doloso
Il colpo finale.


La notte del 26 ottobre 1989

Nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 1989, i criminali si introdussero nel capannone della cooperativa e diedero fuoco a tutto quello che trovarono.

Le fiamme, alimentate dagli imballaggi di cartone e dai teli di plastica presenti nel capannone, distrussero in poche ore il risultato di undici anni di lavoro.

? Cosa andò distrutto quella notte
Due macchinari nuovi per la lavorazione ortofrutticola Distrutti
Calibratrice di angurie e macchina per peperoni freschi — appena acquistate Distrutte
Ingente quantitativo di tabacco secco Bruciato
Trattore e altre attrezzature Danneggiati
Autocarro Fiat Daily carico di tabacco + piccole macchine agricole Portati via

L’autocarro e le macchine rubate furono ritrovati incendiati in una stradina nelle campagne di Nociglia — una zona in cui era segnalata la presenza di pastori sardi legati alla criminalità organizzata.

“Solo un gruppo facente capo alla criminalità organizzata e a consolidati referenti locali avrebbe potuto portare a termine un’azione così complessa e devastante.”

Dal resoconto degli eventi

La Gazzetta del Mezzogiorno del giorno seguente titolò: “Collepasso, ladri piromani distruggono azienda agricola”. Nessun cenno a possibili azioni della criminalità organizzata. Un’azione militare della SCU letta come un episodio di cronaca ordinaria.


Le indagini: quattro mesi per archiviare

Le indagini che seguirono all’incendio furono, nelle parole di chi le visse, approssimative. Nonostante l’entità del danno, nonostante la gravità dell’azione delittuosa, nonostante quella che appariva a molti come una firma chiara della criminalità organizzata.

16 feb
1990
La Procura della Repubblica archivia il caso
Dopo appena quattro mesi dall’incendio, il fascicolo viene chiuso con la formula: “non essendo stati identificati i responsabili”. Per le vittime dell’incendio, per i soci lavoratori e per chi aveva combattuto per anni contro quella criminalità, fu una sentenza amara quanto ingiusta.

I motivi di quella scarsa incisività investigativa erano molteplici. Le forze dell’ordine periferiche non erano ancora attrezzate per affrontare la criminalità organizzata. Alcune stazioni dei Carabinieri erano condizionate da comandanti inerti. E pesava un contesto sociale reticente che tendeva a ridimensionare certi fenomeni, ritenendo impossibile che in una comunità apparentemente tranquilla come Collepasso potessero succedere fatti così gravi.

Un fenomeno — quello della “rimozione” — che avrebbe dispiegato i suoi effetti per decenni, alimentando una tendenza al negazionismo storico sulle vicende di quegli anni.


La cooperativa sopravvive. Poi l’ultimo colpo.

Nonostante l’incendio devastante, la cooperativa non si arrese subito. Grazie al sacrificio di pochi soci rimasti, l’attività continuò in tono minore per quasi tre anni. Il Consiglio comunale, convocato appositamente il 30 ottobre 1989, espresse formale solidarietà — come fecero le istituzioni pubbliche.

Ma la solidarietà non bastò a restituire i macchinari bruciati, i fondi perduti, la fiducia erosa anno dopo anno.

8-9 lug
1992
Rubato l’ultimo mezzo meccanico — fine di tutto
Nella notte tra l’8 e il 9 luglio 1992 viene sottratto l’ultimo trattore rimasto, l’unico mezzo con cui la cooperativa coltivava ancora i terreni. Senza di esso, ogni attività era impossibile. La cooperativa chiuse definitivamente. Quindici anni di lavoro ridotti a zero.

Quel furto finale aveva anche un significato politico preciso: avvenne pochi giorni dopo che l’opposizione in Consiglio comunale aveva determinato l’autoscioglimento dell’amministrazione DC. Fu percepito come una ritorsione diretta.


Lo Stato assente: l’interrogazione parlamentare rimasta senza risposta

Dopo l’ultimo furto, l’onorevole Ernesto Abaterusso del PDS presentò il 16 luglio 1992 un’interrogazione ai Ministri dell’Interno e dell’Agricoltura. Un documento duro, che elencava uno per uno tutti gli episodi criminali subiti dalla cooperativa e chiedeva conto dell’assenza totale dello Stato.

? Interrogazione parlamentare — 16 luglio 1992

L’on. Abaterusso chiedeva ai ministri competenti di spiegare i motivi per cui, “nonostante il ripetersi degli eventi e la particolare situazione del comune di Collepasso fatto oggetto di attenzione dell’antimafia e della prefettura, non siano state mai condotte da parte degli organi competenti indagini appropriate ed approfondite”.

La risposta? Nessuna iniziativa concreta fu intrapresa.

Quella cooperativa aveva garantito occupazione stabile, trasformato terra abbandonata in produzione, dato un esempio concreto di imprenditorialità giovanile nel Salento degli anni ’80. Lo Stato la lasciò sola di fronte alla criminalità organizzata — e poi archiviò.

Il capannone della cooperativa agricola Il Quadrifoglio di Collepasso dopo l'incendio doloso del 26 ottobre 1989
Il capannone della cooperativa Il Quadrifoglio dopo l’incendio doloso del 26 ottobre 1989. I responsabili non furono mai individuati.

Cosa ci insegna questa storia

La storia del Quadrifoglio non è solo la storia di una cooperativa bruciata. È la storia di cosa succede quando la criminalità organizzata incontra un’istituzione pubblica che non vuole vedere, forze dell’ordine non ancora attrezzate, e una comunità che preferisce non sapere.

È anche la storia di cosa significa costruire qualcosa di onesto in un contesto ostile. Quei giovani disoccupati di Collepasso e Cutrofiano non aspettarono che qualcuno risolvesse i loro problemi. Comprarono terra, ci lavorarono, ci credettero. E pagarono un prezzo enorme per averlo fatto.

Ricordare quella cooperativa — il suo lavoro, i suoi soci, la sua fine — non è un esercizio di nostalgia. È un atto di giustizia verso chi non si arrese. E un avvertimento per chiunque pensi che certe cose non possano succedere più.

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Secondo articolo di una serie sulla storia di Collepasso negli anni ’80-’90, tratta dal volume “I terribili anni ’80-’90 e le Amministrazioni di Alleanza Democratica (1992-1998)”.


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