“Ecce sacérdos magnus, qui in diébus suis plácuit Deo, et invéntus est iustus” (“Ecco un grande sacerdote che nei suoi giorni piacque a Dio e fu trovato giusto”).
L’“Ecce sacérdos magnus” di Perosi è forse uno dei canti gregoriani che più hanno alimentato sogni e speranze di tanti seminaristi. Un canto e una musica, impressi nella mia mente forse per un’antica e riaffiorante nostalgia di una meta mai raggiunta, che hanno accompagnato, l’8 aprile 2015, l’ordinazione sacerdotale di Don Antonio Tondi nella Cattedrale di Otranto da parte dell’arcivescovo Mons. Donato Negro.

A dieci anni da quell’indimenticabile giornata, oggi l’amata e affezionata comunità parrocchiale della Chiesa “Cristo Re” ricorda quella data alla presenza dell’arcivescovo Padre Francesco Neri, che officia la Celebrazione Eucaristica.

Don Antonio, che “piacque a Dio e fu trovato giusto” … “et plácuit nobis” – “piacque anche a noi” – e “fu trovato giusto” dal suo popolo quando, il 4 ottobre 2020, si insediò nella Parrocchia “Cristo Re dell’Universo” di Collepasso.
“Tempi nuovi” per la Chiesa collepassese: inizia il “cammino” di don Antonio, nuovo parroco e “ciclone gentile” della “Cristo Re”, titolavo il 17 ottobre 2020 l’articolo di “presentazione” del nuovo e giovane pastore della parrocchia alla periferia del paese, diventata oggi, grazie a lui, la parrocchia più frequentata e attiva della nostra comunità (cliccare su articolo).
Eppure, questo giovane e gentile “sacerdos magnus”, che abbiamo avuto modo di apprezzare sempre più in questi quasi cinque anni di “comunione” con la nostra comunità, nel parlare di sé ricorda l’“immagine fortemente evocativa” dell’“asino arpista” del mosaico di Otranto.

“Negli ultimi giorni – dice don Antonio, con il quale mi soffermo a parlare dei suoi 10 anni di sacerdozio – mi è tornato alla mente un episodio di ben 23 anni fa, quando per la prima volta mi trovavo ad ammirare il magnifico mosaico pavimentale della nostra Cattedrale di Otranto. Mi ha colpito particolarmente quel giorno un’immagine raffigurata sul presbiterio e cioè quella di un asino arpista. Un asino che regge un’arpa, un’immagine simpatica, ma fortemente evocativa: un asino, con le sue infedeltà, i suoi rallentamenti e la sua testardaggine, e un’arpa, dolce strumento di incredibile fattura. Questa immagine l’ho sentita subito mia: sentirsi come un asino, delle volte incapace, ma comunque chiamato ad amministrare, proteggere e testimoniare una grazia che non è mia, ma che Dio, nella sua misericordia, mi ha consegnato. Non ne sono padrone ma semplice strumento. Semplicemente, dunque, il Signore si è fatto vicino e semplicemente a Lui ho risposto. Si è fatto vicino nella mia quotidianità e spontaneità ed è qui che ho cercato di rispondergli, nella spensieratezza del mio vivere”.
“Stupendo!”, direbbe il compianto don Celestino e, aggiungo, fortemente emblematico del carattere umano e spirituale di questo giovane sacerdote di profonda cultura e conoscenza che ha fatto della “cultura dell’umiltà e del servizio” il segno distintivo che lo ha reso “prossimo” a tutti e amato da tutti.
Colgo l’occasione per conoscere e far conoscere più da vicino l’uomo, il sacerdote, la sua vocazione.
Don Antonio non si sottrae, anzi rivela passaggi e protagonisti che hanno inciso nel suo cammino vocazionale e disvela persino intimità familiari (come le sue foto da bambino, che mi autorizza a pubblicare), il ruolo avuto dalla sorellina appena nata, i suoi ricordi, le paure, “la vicinanza di Dio”.

“Se dovessi trovare un luogo dove collocare la mia storia vocazionale – racconta don Antonio – direi il mio amato paesello: Martano. Dire Martano è come dire casa: mamma, papà, Mauro e Silvia, i miei fratelli! Ma non solo: accanto a loro la mia famiglia e la comunità parrocchiale che mi ha cresciuto e accompagnato in ogni passo, i diversi parroci che hanno guidato la mia scelta. Tra questi in modo particolare ricordo gli amati don Renato Delos, che mi ha battezzato e accompagnato all’ingresso in seminario, don Cesare Palma e poi Don Massimo De Donno, fratello e amico.

Da bambino, insieme ad un amico fraterno – oggi anche lui sacerdote, don Alessandro Grande -, frequentavo assiduamente il gruppo ministranti. Non mancavo ad una celebrazione, mi piaceva tantissimo servire all’altare, accompagnare il sacerdote nelle varie funzioni; così, spinto dal mio parroco, a 11 anni iniziai a conoscere la comunità del Seminario Minore di Otranto. All’età di 13 anni, nel 2002 entrai definitivamente. La mia famiglia era veramente contenta della mia scelta, mi avrebbe sempre accompagnato in questo percorso e sempre lo ha fatto. Ho frequentato il Liceo Scientifico “da Vinci” a Maglie. Quegli anni sono stati veramente bellissimi, conservo dei ricordi profondi. Ho compreso con sempre maggiore consapevolezza che il Signore mi ha preso per mano, mi ha attirato a sé e mi ha dato l’opportunità di conoscerlo e amarlo totalmente. Non nascondo, però, quante volte ho avuto paura del futuro, quante volte, preso dalla stanchezza, ho pensato di lasciar perdere tutto, ma è stato proprio in quelle occasioni che ho sperimentato la vicinanza di Dio: Lui non guarda alle mie debolezze, alle mancanze o alle fragilità, ma mi sostiene e mi spinge a non mollare. L’ho sperimentato tante volte nella mia vita.

Da sinistra in alto: don Luca Nuzzaci, don Marcello Mangia, don Adriano Mirto, don Antonio Tondi, un seminarista, don Emanuele Vincenti
Da sinistra in basso: don Francesco Vincenti, don Sandro Caretto, don Dario De Pascalis (rettore), don Giuseppe Persano e lo “storico” rettore don Antonio Pasca
Un evento per me significativo-decisivo si è verificato nel 2007, quando la mia esistenza è stata “sconvolta” dalla nascita di mia sorella Silvia. Dio si faceva vicino in maniera visibile, un segno concreto della sua presenza: il dono della Vita. È stato in quelle ore di preghiera e di ringraziamento per il dono ricevuto che ho espresso in maniera quasi definitiva il mio ‘Eccomi, Signore, io vengo per fare la tua volontà’.

Conclusi gli studi con la maturità nel 2008, ho accolto – continua don Antonio – l’invito dell’Arcivescovo Mons. Donato Negro a proseguire il mio percorso e iniziare gli studi filosofici e teologici presso il Seminario di Molfetta. La formazione prossima al sacerdozio è stata un altro dono grande: comprendere la bellezza della Chiesa, l’importanza dell’evangelizzazione, il discepolato e la missionarietà in un mondo in continua trasformazione. La riconoscenza a tutti i miei formatori, in special modo al mio padre spirituale Mons. Luigi Mansi, non sarà mai troppa: grazie a loro, al loro lavoro umile, sono maturato come uomo e come ministro di Dio. Rientrato in diocesi, Mons. Negro mi ha voluto accanto a lui come collaboratore presso la Segreteria Arcivescovile e vice rettore presso il Seminario Minore. È lui che mi ha ordinato diacono il 22 aprile 2014 e, con gioia profondissima, presbitero a servizio della diocesi di Otranto l’8 aprile 2015. Mons. Negro è stato per me un padre e una guida amorevole”.

Capisco ora che la “spensieratezza nel vivere” di Don Antonio affonda le radici nella profonda spiritualità di cui è permeata la sua vita sin da ragazzo, nell’entusiasmo e nell’amore incontenibile per la sua vocazione, nella riconoscenza verso l’Altissimo, per la famiglia, per tutti coloro che hanno aiutato il suo percorso vocazionale.

La sua anima si apre nello “Jubilate Deo” per il dono e il prodigio di essere suo ministro quando, quasi ispirato e “pieno di grazia”, dice: “È davvero un prodigio enorme l’essere sacerdote: le mie mani possono consacrare il pane e il vino in Corpo e Sangue di Cristo, il mio cuore può riconciliare i peccatori pentiti, abbracciare i lontani, andare incontro agli altri. Dono e mistero – amava dire San Giovanni Paolo II -, ma a me piace aggiungere contemplazione. Dono, mistero e contemplazione dunque. Questo perché occorre necessariamente fermarsi a contemplare un dono e un mistero così grande: l’essere sacerdote. Davanti a qualcosa di così straordinario, tacciono le parole, tutte le parole, e inizia la contemplazione! “Prete è bello!”. Si, davvero bello. Misterioso e bello! Un dono che non sai spiegare, afferrare, comprendere. Qualcosa che ti invade l’anima, tutto l’esistere, ti plasma come uomo nuovo, ti innalza verso Dio e ti abbassa verso gli ultimi per toccare le sofferenze e i gemiti di gioia dell’umanità. Un’impronta indelebile nel tuo esistere, nel tuo credere, nel tuo amare”.
Mi sento come soggiogato ed estasiato da questo ininterrotto entusiasmo… sarei tentato di chiudere qui.
D’obbligo, però, la domanda sull’attività pastorale di questi dieci anni di sacerdozio.
“In questi 10 anni – dice don Antonio – ho svolto il mio servizio pastorale presso le parrocchie di Uggiano La Chiesa e di Otranto, collaborando inoltre con la parrocchia di Carpignano durante il tempo della malattia del compianto don Giuseppe Colavero. Tutte queste esperienze mi hanno permesso di crescere ulteriormente nella prospettiva della donazione totale a Dio e al suo popolo, nella disponibilità totale ai suoi piani. Quanta gente ho incontrato, intrecci di storie, lacrime, speranze, gioie e dolori. Ho consolato e sono stato consolato, ho amministrato i sacramenti della grazia, ho accompagnato tante famiglie, giovani, ho anche sofferto insieme al popolo, ho pianto per il dolore. Ma mi rendo conto che tutto è dono di Dio!”.
… e, infine, Collepasso e la prediletta comunità parrocchiale che ama e da cui è fortemente riamato.
“Dal 4 ottobre 2020 – dice don Antonio – condivido questa esperienza sacerdotale nella stupenda comunità di Cristo Re in Collepasso. Una comunità ricca di carismi e ministeri a servizio della Chiesa. Subito sono stato accolto come figlio, mi sono sentito parte di un progetto più grande cominciato grazie al lavoro sapiente dei miei predecessori e che continuerà con sempre maggiore impegno nel tempo a venire. La Comunità di Cristo Re è realmente una famiglia, a me piace definirla casa della misericordia, dove ciascuno si sente accolto e non giudicato e dove ciascuno mette a disposizione degli altri le proprie capacità. Sono impressionato positivamente della generosità del popolo in tutte le iniziative che vengono promosse, in modo particolare a favore dei bisognosi, dei vicini e dei lontani. Lodo il Signore per questa comunità e prego ogni giorno per ciascuna delle “pecorelle” che mi è stata affidata, soprattutto per quelle più lontane”.
Mi è sempre “piaciuto” di questo giovane uomo e sacerdote la sua apertura mentale, sintomo di intelligenza e profondità culturale, il dialogo e il confronto a 360°, la sua disponibilità verso tutti, ad “accogliere” tutti … una concezione mirabilmente e semplicemente espressa in quel “la Comunità di Cristo Re è realmente una famiglia, a me piace definirla casa della misericordia, dove ciascuno si sente accolto e non giudicato e dove ciascuno mette a disposizione degli altri le proprie capacità”.
È questa la “rivoluzione gentile” che don Antonio ha portato e sta portando nella nostra comunità… e noi gli auguriamo che prosegua sempre con uguale entusiasmo e sapienza su questa strada!
Caro Don Antonio… che Dio ti conservi con noi… “ad multos annos”!
Pantaleo Gianfreda
Leggi anche
“Basta menzogne e diffamazioni dal Palazzo”: domenica 8 novembre, ore 17, intervento pubblico in Piazza Dante-Largo Municipio
Corso a Ruffano (6-7-8 novembre) dell’associazione micologica “Passione Natura OdV” per rilascio e rinnovo permesso raccolta funghi spontanei epigei
Magnifica Humanitas, Pace e Intelligenza artificiale tra etica, futuro e diritti: il 5 novembre presso il Maito-Museo di Maglie un momento di riflessione collettiva






