Ancora un incidente su Via Roma. Ancora un incrocio, ancora uno stop che, almeno per oggi, non è bastato a fermare la dinamica ormai fin troppo conosciuta di lamiere piegate e destino che decide da sé le precedenze. Le auto si fermano, le persone scendono, si contano i danni e, per fortuna, questa volta si può parlare solo di spavento.
Di Via Roma, in questi anni, si è scritto molto. Articoli, riflessioni, segnalazioni, interrogativi rimasti spesso sospesi nell’aria. Qualcuno li ha letti come esagerazioni, altri come semplice cronaca di provincia. Eppure, come ricordavano gli antichi, repetita iuvant: le cose ripetute finiscono sempre per insegnare qualcosa. O almeno dovrebbero.

Il destino, che a volte mostra un sottile senso dell’ironia, ha voluto che questa volta a ritrovarsi coinvolto fosse proprio chi quegli incidenti li aveva raccontati, quasi a voler dimostrare che le strade non fanno distinzioni tra osservatori e protagonisti. Una ragazza ha attraversato l’incrocio nonostante il segnale di precedenza e il margine per evitare l’impatto si è ridotto a pochi istanti.
E qui arriva il contorno umano, che spesso dice più della dinamica stessa. Una persona nota in paese, di quelle che “contano” e che orbitano vicino a certi ambienti, passando sul posto ha reagito con grasse risate, come se quella scena fosse una piccola vittoria personale. Ecco: se c’è qualcosa di davvero stonato, non sono i freni o la precedenza mancata. È l’idea che davanti a un incidente si possa pensare “ben ti sta”. Viene in mente Seneca: homo homini lupus. Ma qui, più che lupi, a volte sembriamo semplicemente inermi davanti alla cattiveria gratuita.

Un pensiero, invece, va alla ragazza coinvolta e alla sua famiglia: persone educate, corrette, con cui il confronto è rimasto umano, civile, persino rispettoso nonostante lo shock. In certi momenti capisci che può capitare, che il destino non chiede permesso e che un attimo basta a cambiare un pomeriggio. A loro, sinceramente, auguriamo ogni bene. E che questa storia resti solo un ricordo scomodo e nulla più. fata volentem ducunt, nolentem trahunt: il fato guida chi vuole e trascina chi non vuole.

Sul posto sono intervenuti i carabinieri della stazione di Collepasso, due giovani militari disponibili e attenti, che loro malgrado hanno dovuto condividere un pomeriggio diverso dal solito. Tra rilievi, procedure e controlli di rito, ci hanno accompagnato presso l’ospedale di Casarano per gli accertamenti necessari. Nulla di grave, per fortuna. Anzi, tra un’attesa e l’altra, c’è stato anche il tempo per scambiare due chiacchiere, ricordando che alla fine – come si dice – omnia bene quae bene finiunt: tutto è bene quel che finisce bene.
Resta però una riflessione finale, semplice e scomoda. Se su Via Roma si continua a ridere quando qualcosa accade a qualcuno, forse non abbiamo ancora capito che la strada non guarda in faccia nessuno. fortuna caeca est: oggi tocca a uno, domani a chi passa e ride. E quando toccherà a lui, chissà se troverà qualcuno pronto a farsi una risata. Io, sinceramente, spero di no.
————— Nota —————–
Il presente articolo, che condivido, è stato generato dall’I.A., grazie al contributo di miei valenti familiari.
È la prima volta che mi avvalgo dell’I.A. per articoli su questo blog. In questo caso per evidenti ragioni di opportunità, essendo stato io direttamente coinvolto nell’incidente.
Mi riservo al più e in altri momenti alcune “note a margine”… semplici note di costume o, meglio, di malcostume da parte di taluno.
Ringrazio per le telefonate e tranquillizzo tutti circa il mio stato di salute (ottimo) e quello della ragazza coinvolta nell’incidente. (Pantaleo Gianfreda)
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2 commenti su “Via Roma, ancora un incidente. Quando la cronaca diventa improvvisamente personale”
L’episodio raccontato nell’articolo non è solo cronaca, è il sintomo di qualcosa di più profondo. Quando la politica smette di essere luogo di confronto e diventa terreno di tifoserie, il livello inevitabilmente si abbassa. E al posto del dialogo restano solo piccoli gesti, sguardi compiaciuti, risate fuori luogo.
Il problema vero, però, è un altro. I giovani che potrebbero portare idee, energia, futuro, troppo spesso scelgono di partire. Non trovano spazio, non trovano ascolto, non trovano meritocrazia. E quando una comunità perde le sue forze migliori, inevitabilmente rimane esposta a chi interpreta il potere come strumento personale e non come servizio.
Non servono grandi analisi sociologiche per capirlo. Basta osservare certi atteggiamenti: davanti a un episodio che dovrebbe unire nella solidarietà, qualcuno sceglie la soddisfazione privata. È questo il punto più preoccupante. Perché una comunità matura si riconosce dalla capacità di rispettare anche chi la pensa diversamente.
Se il clima diventa quello della rivincita personale, allora non è solo la politica ad essere in crisi. È il senso stesso di comunità che vacilla. E senza comunità, non c’è futuro.
Mi auguro e vi auguro una pronta guarigione.
A proposito della persona che ride di fronte ad un incidente, per fortuna senza gravi danni, mi sovviene un vecchio aneddoto: due uomini su una barca, uno seduto a prua e l’altro a prora. Improvvisamente, a prua si apre una falla e la barca comincia ad imbarcare acqua, tanto che quel signore seduto comincia ad affondare, mentre l’altro rideva a crepapelle. L’uomo di prua, sbalordito della risata dell’altro, gli chiede, svusami, ma perché ridi? E l’altro: perché stai affogando. C….ne, rispose l’uomo che stava per affogare, ora sta toccando a me, dopo, toccherà a te!
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