P. Francesco Neri, dalla Magistratura al Magistero. Intervista al nuovo Vescovo di Otranto: “Il primo male del mondo è l’individualismo”

P. Francesco Neri, dalla Magistratura al Magistero. Intervista al nuovo Vescovo di Otranto: “Il primo male del mondo è l’individualismo”

15 Novembre 2023 Off Di Pantaleo Gianfreda
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Padre Francesco Neri, Arcivescovo di Otranto

Bella, illuminante, semplice e profonda l’intervista rilasciata a infoCollepasso.it dal nuovo Arcivescovo Padre Francesco Neri, l’8 novembre, in un incontro piacevole e fraterno presso la sede vescovile di Otranto.

Tanti gli argomenti trattati, gli spunti di riflessione esposti con semplicità e chiarezza dal dotto e illuminato Vescovo Cappuccino, che ha avuto la pazienza e la bontà di dedicarmi quasi un’ora del suo prezioso tempo.

La prima intervista del Vescovo ad un giornale, dopo quella televisiva a Portalecce del 24 settembre”, ha tenuto a dirmi il suo segretario, il caro don Alessandro Grande, che ringrazio, quando, a fine settembre, è riuscito a fissare una data utile in un’agenda piena-zeppa di appuntamenti e di incontri.

L’arcivescovo P. Francesco Neri con Don Alessandro Grande, suo segretario

Padre Francesco, oltre ai tanti impegni che lo portano spesso fuori Otranto, ha dedicato e sta dedicando, infatti, questi primi mesi del suo Episcopato all’incontro e all’ascolto quotidiano, soprattutto di sacerdoti, diaconi, realtà parrocchiali e non solo.

17 giugno 2023, Cattedrale di Otranto: consacrazione e insediamento di Padre Neri, nuovo Arcivescovo di Otranto

Padre Neri, frate dell’Ordine dei Padri Minori Cappuccini, è il nuovo Vescovo  di Otranto da cinque mesi.

Si è insediato il 17 giugno, subito dopo la consacrazione episcopale avvenuta nella Cattedrale idruntina.

Nell’occasione scrissi un articolo cui rimando per conoscere la biografia e l’intensa attività religiosa e culturale del nuovo Vescovo (cliccare su articolo). Il contenuto dello stesso articolo fu ripreso e pubblicato, con mia somma sorpresa (e soddisfazione), sul gruppo facebook “Porziuncola Francescana” e la pagina “Briciole Francescane”, che hanno decine di migliaia di followers.

La figura e il curriculum del nuovo Pastore diocesano mi hanno da subito affascinato e intrigato.

P. Francesco, oltre che persona di profonda religiosità, è indubbiamente un fine intellettuale che si presenta e parla con sconcertante semplicità e umiltà. Come si conviene ad un discepolo di Francesco d’Assisi e, in genere, alle persone veramente dotte e autorevoli. La sua stessa naturale empatia, unita ad un perenne sorriso stampato sul bel volto di figlio della Mediterraneità, ha qualcosa di umile e dolce che affascina e, al contempo, mette a proprio agio ogni interlocutore.

La quasi contemporanea nomina del “nostro” Don Giuseppe Mengoli a Vescovo di San Severo e di Padre Francesco Neri ad Arcivescovo di Otranto, due uomini diversi per origini e formazione ma ambedue di grande cultura, semplicità ed umiltà, ci fa comprendere appieno la “rivoluzione dolce”, ma profonda, che Papa Francesco sta portando nella Chiesa.

In primo piano: Don Giuseppe Mengoli, Vescovo di San Severo, e Mons. Francesco Cacucci, già Vescovo di Otranto, nel giorno dell’insediamento di P. Neri

Tanti i temi affrontati nell’intervista, che ho registrato e che riporto integralmente, pur “depurata” da brevi e intensi dialoghi e scambi di idee su alcuni temi e vicende.

Il dono di un libro con dedica all’intervistatore

Un’intervista, che invito a leggere integralmente e su cui riflettere, che tratta vari temi: la sua vocazione e la scelta del saio di Francesco d’Assisi dopo essersi laureato a Bari in Giurisprudenza, vinto il concorso in Magistratura e la “toga d’oro”, essendosi qualificato tra i primi tre nell’esame per procuratore (avvocato); la nomina a Vescovo (“i vescovi sono i successori dei 12 e per me è stato bello vedere che il Signore Gesù, non so perché, mi ha voluto nel gruppo dei 12”); la fraternità (“voglio essere un promotore di fraternità, di comunione fraterna”), la pace e la giustizia (“la giustizia è sorella della pace”); il rispetto della Natura (“è importante vivere in pace con Madre Natura… dipendiamo gli uni dagli altri, siamo tutti un’unica fraternitàda una terra sana deriva il fatto che mangio sano, da una terra inquinata deriva il fatto che mangio inquinato e poi si scoprono i tumori…”); l’importanza della cortesia (“Dio è cortesia”) e del “volersi bene” (“prima di tutto, vorrei voler bene alle persone e che la gente si senta voluta bene da me”… “nella vita non ci sono cose da fare, ma persone da incontrare”); i giovani (“Non lasciatevi rubare la speranza”); la lotta contro l’individualismo (“Il primo male del mondo è l’individualismo”, “Ogni singola cittadina, ogni singola parrocchia devono ragionare come una parte di un tutto”) e l’avidità (“occorre lottare contro l’avidità che c’è dentro ognuno di noi”); infine, e prima di tutto, il suo “unico programma”: “Amare sino alla fine”.

Ringrazio Padre Francesco per la bella e illuminante intervista (e per il dono di un suo libro con dedica), che di seguito riporto e invito a leggere.

Intervista all’Arcivescovo di Otranto Padre Francesco Neri

 

Perché un giovane di buona famiglia borghese, laureato in Giurisprudenza, vincitore di un concorso nella Magistratura, decide di abbandonare tutto e sceglie il saio e la povertà di Francesco d’Assisi?

Una foto del 2009 di P. Francesco

La risposta è questa: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Giovanni 15:16). Durante l’adolescenza ho avuto l’esperienza di una vocazione, di una chiamata e, quindi, tutto quello che ho fatto successivamente è stata una verifica ed una preparazione alla risposta definitiva. L’essermi iscritto a Giurisprudenza, aver portato gli studi a termine, essermi messo alla prova sperimentandomi nel concorso in Magistratura e nell’esame di procuratore (oggi di avvocato), dove fui “toga d’oro” essendomi classificato tra i primi tre, era, comunque, finalizzato a poter poi rispondere non solo interiormente ma anche socialmente a questa chiamata in maniera più libera. Per esempio, il concorso in Magistratura. Avendo il papà Avvocato dello Stato, a lui avrebbe fatto piacere avere un figlio Magistrato e, quindi, d’accordo con il mio Padre Spirituale, ho fatto questa cosa. Naturalmente con grande ansia perché non sapevo se avrei vinto il concorso. Comunque, grazie a Dio, è andata bene e quindi ho potuto dare a mio padre quello che era di mio padre, un figlio che aveva vinto il concorso in Magistratura, e poi fare con libertà quello che mi sembra il Signore mi abbia chiesto, cioè quello di seguirlo lasciando tutto.

Un quadro di Don Tonino Bello nella sede vescovile di Otranto

“Non dobbiamo più avere i segni del potere, ma il potere dei segni”: è una delle espressioni più potenti e significative di don Tonino Bello. Quale “potere dei segni” potrà segnare il Suo ministero pastorale?

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Io voglio e posso essere soltanto me stesso con la mia personalità, con l’itinerario esistenziale che ho compiuto sino ad oggi. Non reciterò un ruolo. La missione è data. Fare il Vescovo significa svolgere quel tipo di servizio nella gloria del Signore, però ognuno ci mette la sua personalità. Ora, nella mia prospettiva, la fraternità di Francesco d’Assisi è fondamentale. Quindi, se volessi indicare quale segno mi piacerebbe utilizzare è quello di essere un promotore di fraternità, di comunione. Del resto è questo che i documenti della Chiesa indicano come primo compito della missione del Vescovo: creare una comunione fraterna. Mi sembra, tra l’altro, che questo, oltre che essere un “potere di segno”, è anche un segno dei tempi perché il Papa insiste sulla fraternità, come nella “Fratelli tutti”, quindi se c’è qualche cosa di cui oggi in maniera speciale, e comunque sempre, l’umanità ha bisogno, è di sperimentare la fraternità. Ecco, io questo vorrei portare a tutti i livelli.

Don Tonino andava a trovare i poveri, accoglieva anche nell’episcopato i poveri… trovare i poveri non è anche un “segno”?

Certamente. Per i frati è normale questo. Siamo stati la scorsa settimana per un’ordinazione diaconale a Milano, dove c’è la grande Opera di Fra’ Cecilio Cortinovis “San Francesco per i Poveri”, che è una specie di grande azienda ormai, perché offre migliaia di servizi per tutti. Quindi, un po’ nel Dna c’è questa attenzione ai poveri. Io mi ricordo di mia nonna Carmela. Lei, non ricordo bene i dettagli perché ero piccolissimo, ogni giorno dava da mangiare a tutti i poveretti che bussavano alla porta e il 24 dicembre, verso le 5 del pomeriggio, preparava una cena di Natale calda per i poveri allo stesso tavolo dove poi avremmo consumato noi la cena familiare. Certamente non era l’unica, certamente non era lei che si era inventata questa cosa, ma forse a quei tempi c’era questo stile. Per cui io vorrei fare delle cose. Non la prossima, ma l’altra domenica, per esempio, c’è la Giornata dei poveri e, quindi, come il Papa fa, consumerò il pasto con i poveri. E poi ho detto anche a don Maurizio: “Ogni tanto fammi dare una mano alle cose della Caritas”. Quindi, vorrei anche un po’ sporcarmi le mani. È così che si va in Paradiso.

Francesco d’Assisi ha spesso parlato di cortesia, probabilmente parola chiave nell’incontro e nel dialogo con il sultano d’Egitto nel 1219 (in una Sura del Corano si parla di cortesia da usare nei confronti di coloro che venerano il Libro). Lei, da suo figlio spirituale, pensa che la cortesia possa essere il paradigma pastorale attraverso il quale poter avviare percorsi di accoglienza reciproca tra sacerdoti, laici, comunità parrocchiali e con se stessi? La cortesia può aiutarci a raggiungere la meta della convivialità delle differenze?

La cortesia è una caratteristica specifica della persona di Francesco d’Assisi. Lui veniva da una formazione cavalleresca, la mamma era francese (per questo fu chiamato Francesco), il padre aveva amore per quella terra. Quindi, è un po’ nella sua indole. E poi c’è un detto, riportato da una biografia, in cui San Francesco deduce dal testo di Matteo che Dio fa sorgere il sole sui giusti e gli ingiusti e saluta con il suo sole per primo, come fa qui a Porta d’Oriente ogni mattina. Quindi, dice, per conseguenza Dio è cortesia, perché per primo ci saluta. Anche il Corano dice che con la gente del Libro bisogna essere cortesi. Il Papa ha richiamato più volte, specialmente nella “Gaudete et exsultate” sulla santità, ma anche nell’“Evangelium Gaudium” o nella “Fratelli tutti”, l’importanza della cortesia. Sono le tre parole che lui lancia: permesso, grazie, scusa. Mi permetto di dire che anche il Papa dice Buon giorno e Buon appetito e Buon pranzo. Quindi, già se utilizzassimo queste parole – buongiorno, permesso, grazie e scusa – e poi se ci salutassimo cambierebbe già parecchio perché anche nell’ambito delle comunità parrocchiali salutarsi, dirsi grazie, dire scusa, oppure chiedere il permesso – perché, comunque, la Chiesa è di tutti, non solamente del Vescovo o del Parroco – consultare, pur in ruoli diversi, e chiedere “cosa ne pensate voi”, credo che sia molto più bello. E poi è qualcosa da esportare. Non voglio fare il 64enne che quasi sono, il prossimo 21 dicembre oltrepasso la soglia, ma io vedo i ragazzi che non si alzano per dare il posto non dico a me che non ne ho bisogno, ma agli anziani, alle signore. Questi adolescenti che potrebbero essere i miei nipoti stanno lì… alzati e fai sedere!… oppure salutare per primi. Questo non solo i ragazzi, anche negli ambienti di lavoro.

(“Questo non dipende anche dalle famiglie?”, interloquisco). Non so. I ragazzi sono così perché il mondo è così. Però c’è, come sappiamo, questa nuova barbarie che passa dalla televisione, in cui ha successo chi è più cafone. Se sei cafone, buchi lo schermo. Se sei una persona gentile, nessuno si accorge di te. Allora, più immondizia raccogli e lanci e più hai successo. Questo mi preoccupa un po’. Noi che possiamo fare? Rispondere con la gentilezza, con la cortesia.

Oltre i libri che Lei ha scritto su don Tonino Bello e la sua affinità con Francesco d’Assisi (“Una bussola e tre pietre bianche. Il francescanesimo nella spiritualità di don Tonino Bello” – “La gente, i poveri e Gesù Cristo. Don Tonino Bello e San Francesco d’Assisi” – “Le stigmate e la misericordia. San Francesco d’Assisi nell’esperienza cristiana di don Tonino Bello”), mi hanno colpito anche altri titoli di due Suoi libri, che appaiono quasi come un programma di vita e di apostolato: “Le mani di Dio e le mani dell’uomo. Accogliere, curare, offrire” e “Religioni in dialogo”, quest’ultimo con contributi di altri illustri esponenti del mondo religioso e laico. Può sintetizzarcene il messaggio?

Per quanto riguarda i libri su don Tonino, in realtà sono tutti confluiti nell’ultimo perché erano tre libri diversi: sul francescanesimo di don Tonino, sul rapporto tra don Tonino e la sofferenza e poi sulla spiritualità per i nostri tempi. Sono stati libri diversi nel tempo, che adesso sono confluiti nell’ultimo. Questo perché quando, nel primo anniversario della morte di don Tonino, sono stato ad Alessano in pellegrinaggio, mi sono accorto che sulla tomba c’era scritto “Terziario francescano” e quindi ho detto che qualcuno doveva mettere in evidenza questa dimensione.

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Circa il libro sulle mani – se Lei non ce l’ha, glielo dono – questa, in realtà, è una bomboniera. Quando ho fatto 25 anni di sacerdozio, mi chiedevo che cosa potevo fare per quelli che sarebbero intervenuti nella celebrazione. In occasione di altri anniversari, quando ho compiuto 40 anni e quando ho fatto dieci di sacerdozio, ho scritto delle lettere agli amici. Volevo fare un’altra lettera agli amici, ma mi son detto “adesso cresciamo un po’, no?”. Allora, anziché una lettera, ho scritto un libricino. Su che cosa? Siccome nel sacerdozio le mani sono importanti – l’epiclesi, le mani che ricevi sul capo quando vieni ordinato dal Vescovo e dai sacerdoti, le mani che metti tu sul pane e sul vino, ecc. -, allora, ho detto, facciamo un libretto sulle mani e quindi il libretto è nato così. Come una bomboniera. Invece, questo sulle religioni in dialogo nasce da un convegno che abbiamo organizzato a Bari presso la Facoltà Teologica, perché negli anni in cui ho fatto gli studi di specializzazione in Dogmatica il tema della Teologia delle religioni era di grande attualità. Sto parlando degli anni ’90 ed era un tema sul quale si discuteva. Poi il Magistero è intervenuto, ha dato l’impostazione, ma era importante affrontare questa problematica. Oggi rimane egualmente attuale, però vedo che il dibattito teologico è attratto da altre mete, come la questione dell’umano, cioè il discorso del fine vita, il concepimento, il gender. Adesso è più presente il tema antropologico. Quindi, il libro nasce così. Ho scritto anche altre cose, ma molto più specialistiche nell’ambito della Dogmatica. Nel dialogo con le religioni dobbiamo cercare di praticare prima di tutto l’amicizia tra di noi. Io non convincerò mai un musulmano né un musulmano convincerà me, questa è questione della Grazia di Dio. Dobbiamo cercare di capire bene cosa credono gli altri, perché non sappiamo esattamente com’è il Dio in cui credono gli altri. Però, almeno, pratichiamo l’amicizia. Abbiamo esempi di amicizia anche qui, a Sarajevo oppure nella nostra Trani, nella nostra Otranto con gli ebrei e i cristiani, abbiamo tanti esempi di convivenza pacifica. Puntiamo su questo, sul dialogo. Cerchiamo di vivere in pace, volendoci bene e poi i dialoghi dottrinari vengono dopo.

Papa Francesco e Padre Francesco

Papa Francesco rappresenta oggi il punto di riferimento per tutte le persone di buona volontà che lottano contro le guerre e per la pace. Recentemente ha detto che occorre “prendere una sola parte: quella della pace”. Secondo Lei, cosa significa e come si può concretizzare l’essere da una sola parte, quella della pace? La giustizia sociale non è elemento imprescindibile per un mondo di pace?

Proprio l’altro giorno nell’ufficio delle Letture ci è stata ripresentata una pagina della “Gaudium et Spes”, quindi parliamo di 60 anni fa, sulla pace, dove si dice che la pace non va disgiunta dalla giustizia, ma anche che la pace è da riconquistare ogni giorno daccapo. Si fanno guerre per avidità da sempre, perché ho 100 e voglio avere 101. Il mestiere dei re era fare la guerra e anche la pace augustea è arrivata dopo che aveva conquistato tutto il mondo e non c’era più nessuno. La pax romana, la pace conquistata con le vittorie, “parta victoriis pax”, cioè dopo che ho sterminato tutti i nemici… e grazie che c’era pace! Però, un altro motivo della guerra è l’ingiustizia, cioè se tu opprimi il mio popolo – e qui non facciamo nomi, perché tutti quanti sono stati carnefici e vittime, anche noi italiani. Leggiamo quello che don Milani ha detto a proposito dell’obiezione di coscienza, anche noi ne abbiamo fatte! -, allora per difendersi uno prende le armi e va all’attacco. Quindi, la giustizia è sicuramente una sorella della pace. Con ciò, purtroppo, nell’animo umano rimarrà anche il desiderio di potere e quindi bisogna anche prevenire che l’altro ti invada, quindi serve una giusta, legittima difesa, se possibile non violenta, come insegna il Vaticano II. Vediamo il Mahatma Gandhi, quella è possibile, no? In fondo, il grande Paese dell’India si è liberato dalla colonizzazione britannica con la non violenza; si trattava, però, di un Paese civile come il Regno di Inghilterra e di un Mahatma Gandhi che c’era dietro tutto. La pace te la devi conquistare ogni giorno con la giustizia, ma possibilmente anche con il dialogo e poi lottando contro l’avidità che c’è dentro ognuno di noi.

Un mondo di pace non presuppone un mondo che rispetti e tuteli l’ambiente, la natura e la Madre Terra, come Papa Francesco ci prospetta e delinea nella “Laudate Deum”?

Certamente. L’aveva già fatto nella “Laudato si’” e nella “Fratelli tutti”. Nella veglia memorabile, grandiosa della pandemia, il Papa ha detto: “Credevamo di poter vivere sani in un mondo malato”. La spiritualità di Francesco d’Assisi lo porta a chiamare fratello l’animale, il lupo, sorella la cicala, fratello Sole e sorella Luna. Quindi, sebbene con differenza ovviamente tra le varie creature, siamo tutti un’unica fraternità. In secondo luogo, dipendiamo gli uni dagli altri. Da una terra sana deriva il fatto che mangio sano. Da una terra inquinata deriva il fatto che mangio inquinato e poi si scoprono i tumori, che da qualche parte vengono, no? Poi la Natura ti si rivolta contro perché se tu la violenti arriva la crisi climatica, eccetera. Quindi, sono assolutamente d’accordo che è importante vivere in pace con Madre Natura. E poi un altro motivo è che le prossime guerre, se non cambiamo registro, deriveranno dall’impossessarsi dell’acqua, dall’impossessarsi dell’energia, come già è stato con la crisi del petrolio, e via di questo passo. Quindi, ci conviene vivere in pace con Madre Natura perché così viviamo in pace anche tra di noi.

In un’intervista a Portalecce Tv, il 24 settembre, Lei ha parlato di “pace e gioia di questa seconda chiamata (quella all’episcopato)… la gioia soprattutto di poter stare in mezzo alla gente” e nel sottolineare “la dimensione della fraternità”, ha espresso valori e concetti da cui l’uomo e l’umanità sembrano allontanarsi sempre più e ha lanciato un appello: “…cresciamo nella fraternità ed esportiamo fraternità… Amate la gente, i poveri soprattutto e Gesù Cristo, come diceva don Tonino… far sentire che i cristiani amano gli altri… la gente si deve sentire amata”. Come intende perseguire e concretizzare questi principi nel Suo nuovo servizio pastorale? Perché pongo questa domanda? Perché alcune volte noto che il cristiano è tale solo quando va a sentire la Messa, dopodiché dimentica di essere cristiano… o sbaglio?

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È questo il problema dei farisei…

La Cattedrale di Otranto nel giorno dell’insediamento di P. Neri

Allora, io dico questo, innanzitutto la chiamata all’Episcopato non è stata percepita da me come una chiamata agli onori, anche se talvolta li ricevo, ma come una chiamata a far parte del gruppo che Gesù aveva accanto a sé. C’era il grande gruppo dei discepoli, però c’era il gruppo dei 12. Quindi, i vescovi sono i successori dei 12 e per me è stato bello vedere che il Signore Gesù, non so perché, mi ha voluto nel gruppo dei 12. Cioè sentirsi chiamati, sentirsi guardati con amore, sentirsi scelti fa sempre piacere. Come tra uomini,  tra esseri umani, è così. La chiamata, la gioia è questa, nel vedere che la prima chiamata veniva rilanciata, la gioia di essere chiamato da Gesù a stargli vicino, non la chiamata ad onori e a segni di potere. Poi, per quanto riguarda quello che io posso essere l’ho detto prima. Non posso che essere me stesso. Nel motto episcopale c’è il mio unico programma, che è anche un po’ quello legato alla mia vocazione: “Gesù li amò sino alla fine”. Da questo mi sono sentito chiamato per la prima volta tanti anni fa e questo è il mio unico programma, amare sino alla fine. Questo voglio fare. Questo è il mio unico progetto. Poi si organizzeranno anche cose, si faranno convegni, come quello di stasera, poi magari apriremo il Museo, che, comunque, mons. Negro ha rimesso in piedi, ecc., faremo cose. Però, come diceva il vescovo che mi ha ordinato, mons. Magrassi, nella vita non ci sono cose da fare, ma persone da incontrare. Quindi, anche se, a Dio piacendo, dobbiamo fare un po’ di cose, prima di tutto vorrei voler bene alle persone e che la gente si senta voluta bene da me. Questo credo che sia il vescovo, come il parroco, come ogni cristiano. Questo è il mio unico programma.

Quale messaggio vuole rivolgere ai giovani di oggi?

Ai giovani rivolgo il messaggio di Papa Francesco: “Non lasciatevi rubare la speranza”. Le nostre generazioni sapevano che potevano migliorare la condizione dei loro genitori. Noi, la mia generazione, siamo andati più avanti, i nostri genitori hanno migliorato rispetto ai loro e noi, i loro figli, rispetto ai nostri genitori. Però, mi dicono che purtroppo i ragazzi di oggi non sperano né di migliorare e neppure addirittura di arrivare ad equiparare, a raggiungere lo standard di vita dei loro genitori. Questo è quello che mi preoccupa, cioè che i giovani non sperano più. La speranza è la previsione di un bene dinanzi a noi e l’umanità non vive più nelle caverne, come ai tempi di Cro-Magnon, perché ha avuto l’obiettivo di miglioramento. Quello che direi ai giovani, come dice il Papa, è “non smettete di sperare”. Come diceva don Tonino, costruitela questa speranza, datevi da fare, inventate, ma non permettete che lo spirito del mondo, o chi sa chi, vi rubi la speranza, credete che il domani possa essere migliore dell’oggi, sebbene oggi sia più difficile. La Chiesa dovrebbe restituire ai giovani la gioia di sperare.

Padre Neri a Collepasso, il 2 ottobre, nella Chiesa “Cristo Re”, in occasione della Festa di San Francesco. Sotto: con alcuni fedeli della comunità

La mia comunità locale è storicamente recente e risente tuttora di antiche contrapposizioni e divisioni. Sostengo da tempo che le comunità religiose, alla luce degli insegnamenti di Papa Francesco, potrebbero svolgere un ruolo “irenico”, una parola potente nel suo profondo significato di “ciò che promuove, ciò che ispira la pace” e la fraternità. La presenza di giovani amministratori delle nostre parrocchie, che Don Giuseppe Mengoli, Suo confratello nell’Episcopato e nostro concittadino, ha definito “un grande dono” per la comunità, “privilegiata ad avere due giovani preti così carichi di entusiasmo” che “nella diversità si integrano”, può rappresentare, a Suo parere e sotto la Sua paterna e illuminata guida, l’inizio di un cammino comunitario “irenico”? Quale messaggio intende rivolgere alla comunità civile e religiosa di Collepasso?

Premetto che sto ancora facendo il primo “giro di giostra”, per richiamarmi a Tiziano Terzani. Non l’ho ancora finito, per cui, nel merito, ammetto di non conoscere la realtà di Collepasso perché faccio le cose una alla volta. Quello che posso dire in generale è che dobbiamo combattere contro il primo male del mondo contemporaneo, cito il Papa in questo, che è l’individualismo, l’autolatria. Il primo male del mondo, e quindi anche della Chiesa – ripeto, cito il Papa – è l’individualismo. Allora, come insegna il Papa, ma questo è un principio di Euclide nel  suo “Trattato di geometria”, “il tutto è superiore alla parte”. Quindi, ad ogni battezzato bisogna dire “guarda che la Chiesa è più grande di te”. Questo è stato il cammino che mi è stato chiesto e nell’Ordine dei Cappuccini mi trovavo perfettamente. Però, poi, questa esperienza di nuova missione mi ha fatto capire che, sì, sicuramente i frati sono una realtà bella e buona, ma la Chiesa è più grande. Quindi, io direi proprio questo, che è poi la quarta priorità che ho affidato alla Chiesa in quella Nota pastorale che ho distribuito, il tutto è superiore alla parte, cioè bisogna allargare gli schemi. Qui siamo ad Otranto, mezzo mondo viene da noi e questo dovrebbe servire a ricordarci che il mondo è più grande di Otranto e della nostra diocesi. Ogni singola cittadina, ogni singola parrocchia devono ragionare come una parte di un tutto. Io mi auguro una fraternità di parrocchie e una fraternità di diocesi, questo è un altro problema che c’è in Puglia, combattendo contro l’individualismo, che può essere anche il riflesso di una voglia di dominare. Tutto è superiore alla parte, l’unità è superiore ai conflitti. Sono le cose che dice Papa Francesco nell’“Evangelii Gaudium” e che ho rilanciato. Sono le quattro priorità: il primato dell’unione con Dio e dell’amicizia con Gesù Cristo; la fraternità, a cominciare dai sacerdoti e poi da estendere a tutti; la missionarietà – e qui come diocesi siamo un po’ fermi – nei vari aspetti in cui si può essere missionari; poi, “il tutto è superiore alla parte”, cioè allargare l’orizzonte, allargare la mentalità. Queste quattro cose sono le stesse che rimando a Collepasso.

Pantaleo Gianfreda

Le due lastre di marmo che riportano i nomi di tutti i Vescovi di Otranto nell’anticamera del Vescovato


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Pantaleo Gianfreda