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Addio, Paulucciu… ultimo leggendario rappresentante della morente società contadina

Paolo Polimeno

Pantaleu… aggiu pensatu ccu’ chiantu ddo’ mila arguli te ulìe… tie cci’ tdici?!?”… così, circa due anni fa, mi diceva Paolo Polimeno, per tutti solo “lu Paulucciu”, scomparso pochi giorni fa.

“… ma teveru sta’ lu tdici, Paulucciu… ma te rendi cuntu te l’età ca teni?!?… tie nnu’ ssi’ normale!”.

Pochi mesi fa mi diceva di voler impiantare un nuovo vigneto a tendone “all’Oscu” (così chiamava i terreni che possedeva subito dopo il cimitero vecchio), dove già curava personalmente, avvicinandosi al traguardo dei 90 anni, un vecchio tendone, trascinandosi “a quattro zampe” su bastoni e appoggi occasionali.

Riporto questi due aneddoti, tra i tanti, perché mi sembra che meglio rappresentino la figura e la personalità di Paolo Polimeno, un uomo che “sfidava” la morte e viveva come se non dovesse mai arrivare.

Talora pensavo che si illudesse, essendo nato un 29 febbraio, che ogni quattro anni gli contassero per uno… avevo alcune volte scritto su questo blog in occasione del suo compleanno “quadriennale” (vedi), rendendolo “felice e contento”.

Io stesso me lo immaginavo ormai “immortale” (ancora non mi capacito che non ci sia più)… spavaldo “buffalo bill” che sfidava ogni avversità e cavalcava il suo inconfondibile trattore “da mane a sera” nelle sue campagne, dalle primissime ore dell’alba sino alle tardissime ore del tramonto, fendendo il paese con in testa la sua caratteristica ed eterna “bustina” bianco-cioccolato.

Amava la sua terra, l’aveva “somatizzata” sul suo viso cotto dal sole e pareva un tutt’uno con essa, dedicandole ogni energia e risorsa… da tempo immemore era inguaribilmente “malato” di lavoro per la sua terra ed il frantoio (almeno sino a quando è stato in attività) senza mai concedersi un giorno di “ferie”… salvo alcune ricorrenze religiose (come la Madonna delle Grazie e poche altre), in cui si rimetteva “a nuovo” e, nel rispetto delle vecchie tradizioni contadine, portava “li complimenti” e i prodotti della sua terra a parenti ed amici più cari… vani i miei (e sicuramente di tanti altri) continui appelli a pensare un po’ a se stesso e ad affidare ad altri la conduzione dei suoi terreni… aveva persino rinunciato 60 anni fa a formarsi una famiglia “ccu’ ‘na vagnuna te Cutrufianu”, sebbene avesse un forte “senso della famiglia”, grande rispetto e considerazione verso i genitori, “fari” della sua vita, e la sorella.

Rosario Polimeno e Immacolata Perrone, genitori di Paolo e Grazia

Significativo quanto riportato nel prezioso volumetto ““Mamma ‘Mmaculata ci raccontava… la vita a Quagliasiero(cliccare sul titolo), scritto ed edito da “Paoluccio e Graziosina Polimeno”. Del libricino corressi le bozze e curai la presentazione (il Comune, di cui ero vicesindaco, diede il patrocinio e il volumetto fu distribuito in occasione del Presepe vivente tenutosi presso la masseria nel 2008 e 2009).

Grazia Polimeno

Scriveva Grazia, che stese materialmente le memorie, che l’unico cruccio della madre, ancora vivente, era “di non avere almeno un piccolo appezzamento di quella terra su cui aveva lavorato, vissuto e che aveva amato per così lungo tempo”. Per “rendere felice la mamma” (il padre era già scomparso) i due fratelli decisero allora di acquistare ed unificare, man mano che si vendevano, tutti gli appezzamenti della vecchia masseria “Quagliasiero”, in cui, come ai tempi dei Baroni Calò, Paoluccio e Graziosina continuarono a far lavorare “li boni e li fiacchi”... quanto lavoro hanno dato a tutti!

A rifletterci bene, Paolo non era una persona “normale”, almeno nel significato corrente che si dà alla parola. Non c’è un’unica e specifica parola per definirlo… era “lu Paulucciu” e basta…

Una foto di Paolo bambino

Quel diminutivo-vezzeggiativo, che si portava appresso da tenera età, simboleggiava e qualificava il suo particolare ed originale modo di essere, la sua personalità fuori dall’ordinario, una vita vissuta come se non dovesse mai avere termine, i caratteristici “riti” intessuti di genialità e primitivismi che hanno contributo a formare attorno alla sua figura, lontana da ogni pur minima parvenza di lusso e comodità, tanti miti e leggende. Anzi, pur ricco e “colmo” di proprietà agrarie e immobiliari e di ogni “ben di Dio”, viveva solitario, dopo la morte otto anni fa dell’amata sorella, alla stregua quasi di un “reietto”, in quegli angoli di casa e di frantoio aviti – un tempo così affollati di clienti, familiari, amici, dipendenti, avventori, questuanti, profittatori, consulenti e tante altre figure (e figuri) – che aveva riservato a sé per i pasti veloci, il breve riposo e il telefono unto di grasso che lo teneva in collegamento con il resto del mondo.

Paolo al telefono

Perché Paolo sembrava “fuori dal mondo”, ma era sempre cercato ed in contatto con tante persone… sembrava fuori dal tempo e da ogni regola, un po’ (o molto, secondo i punti di vista) anarchico… sempre a combattere con scartoffie e burocrazie per lui indigeste e soffocanti (non amava “le carte”, cui era addetta la sorella Grazia sino alla sua morte), che lo hanno portato talora anche a subire procedimenti da cui ne è uscito quasi sempre indenne. Tra i tanti, il clamoroso sequestro, nel marzo 2016, di una “discarica abusiva” presso la sua masseria. La grancassa mediatica che ne seguì lo turbarono non poco. Il tutto si concluse, poi, nel dicembre 2018, con “un nulla di fatto”, l’area fu dissequestrata e ci tenne a farlo sapere tramite questo sito… “cusì tutti i pitteculi ca sparlavane schiattane”, mi disse (clicca e leggi).

Paolo in moto

Un antropologo o uno psicologo sociale sarebbe in grado, forse, di spiegarci compiutamente il “fenomeno Paulucciu”, un indubbio personaggio, un uomo di altri tempi, forse ultimo retaggio della morente società (e civiltà) contadina nella nostra comunità… soprattutto questo strano rapporto e il forte e leggendario legame che si era creato nel tempo tra Paolo e la comunità collepassese.

Lo testimonia (tra l’altro) un dato. La notizia della sua morte, pubblicata da questo sito, ha avuto su facebook circa 7.000 visualizzazioni (per l’esattezza 6.959 sinora) e tante condivisioni… è come se tutti i collepassesi residenti nel paese e fuori avessero letto e fossero stati colpiti dall’evento (si pensi che la pur seguitissima rubrica che annuncia la morte di un/una collepassese ha una media di “sole” 2.000 visualizzazioni… un po’ più e un po’ meno, secondo i casi).

La nostra comunità aveva con Paolo un rapporto “ambivalente”… “bipolare”, oserei dire… di attrazione/repulsione… da una parte egli rappresentava nell’immaginario collettivo il “fermo immagine” di un “tempo che fu”, la nostalgia per tempi passati di (apparente) concordia, buone abitudini, rispetto e buone “creanze”… dall’altra, “turbava” la sua immagine “incolta” e trasandata che ricordava una società contadina fatta di sacrifici e sudori, di dura fatica e poche comodità… di odiosamato tabacco con alzatacce mattutine e grasso che impregnava le nostre mani fanciulle… di faticosa raccolta delle olive prima “ccu’ li panari” ad una ad una e poi con le scope manuali e meccaniche… rappresentava, cioè, quello che non vogliamo più essere nella moderna e “linda” società dei consumi e della tecnologia.

Sopra, il padre Rosario e, sotto, Paolo nel frantoio di famiglia

Personalmente, avevo con Paolo un antico rapporto che affondava le radici nella lontana amicizia di due “trappitari” come suo padre Rosario (un ex carabiniere) e mio padre Pasquale, due autentici galantuomini, che, invece di “farsi la guerra” (come faceva persino qualche tristu parente trappitaru), andavano “d’amore e d’accordo”, si stimavano e collaboravano lealmente.

Foto giovanile dei fratelli Paolo e Grazia

I miei rapporti si intensificarono, soprattutto tramite la Graziusina, “mente e amministratrice” dell’azienda agricola ed olearia, nel periodo in cui dirigevo un’organizzazione professionale agricola provinciale e costituimmo un’associazioni dei produttori olivicoli, cui aderì subito il frantoio Polimeno… e poi via via… un rapporto ininterrotto… il telefono spesso squillava (o mandava un suo operaio) ed io “… mo’ vegnu, Paulucciu!”… ci incontravamo nella sua “spelonca” o in campagna… e i nostri incontri, oltre e prima delle problematiche che poneva, erano da parte sua un “preamboleggiare”, un filosofeggiare, un revival di antichi detti, fatti e personaggi di Collepasso, un motteggiare, talora ‘nu sciuticu tagliente (spesso verso personaggi politici locali), un continuo ricordare, soprattutto quando c’era qualcuno, “… ca’ comu lu Pantaleu a Culupazzu ‘nnu c’ete ciuveddhri… lu meiju politicucanusce tutti e sbrica tuttu… e poi a Culupazzu tre suntu li crandi oratori: don Celestinu, lu Salvatore Marra e lu Pantaleu Gianfreda…” e “così cantando” e “decantando”… ci volevamo bene!

Paolo nella sua “reggia”

A metà dello scorso mese di luglio mi aveva sottoposto un problema… voleva sapere se i lavori di pubblica illuminazione lungo la strada per Maglie dovessero proseguire o meno sino al rondò… “nui e tanti addhri ca’ stamu addhrai te tantu tiempu imu tdirittu alla luce…”. Avevo chiamato “chi di competenza” alla Provincia e mi aveva assicurato che i lavori sarebbero proseguiti sino al rondò… quando gli comunicai la notizia… “…ah, finalmente, pozzu vitire luce a Quaiasieru”, disse contento… purtroppo, non vedrà più quella “luce”!

Certamente, però, vede ora altra “luce”… e immagino San Pietro  che, appena visto Paolo arrivare in Paradiso (perché il suo posto non può che essere lì), gli ha subito assegnato il compito di arare e curare i vasti latifondi dell’Eden e badare all’officina meccanica dell’altro mondo (Paolo era in questo mondo un meccanico ingegnoso… possedeva attrezzature e macchinari inimmaginabili ed introvabili… spesso ci si rivolgeva a lui per un attrezzo più impensabile ed introvabile… “…ieu lu tegnu…”, era sempre la sua risposta).

Ora Paolo riposa in una tomba-parcheggio, in attesa che la sua Cappella funeraria, che volle costruire dopo la morte della sorella, sia utilizzabile… altra storia… di piccinerie e burocrazie amministrative arroganti e maldestre, che tanto facevano imbestialire lu Paulucciu (e anche me)… fu necessaria, nel dicembre 2015, una mia dura interrogazione consiliare al Sindaco perché l’Ufficio Tecnico si decidesse a rilasciare immediatamente il Permesso di costruire, “tenuto appeso” per meschini motivi…

… e poi tutte le peripezie successive, che al momento impediscono a Paolo di “abitare” nella sua nuova e moderna “casetta”, piccola e accogliente, ma linda e pulita, dove potrà ricevere le visite e gli omaggi di tanti amici e persone che non lo dimenticheranno mai… perché lu Paulucciu, cui anni fa Giovanni Barba dedicò una mostra fotografica, è ormai una “leggenda” per la nostra comunità…

…e le “leggende” non muoiono mai!

Ciao, Paolo!

Pantaleo Gianfreda

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Pubblicato da il 31 Agosto 2020. Filed under Cronaca. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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