In ricordo del card. Martini: “La fede e il dubbio” di E. Scalfari. Quando invitammo Martini a Collepasso…

1 Settembre 2012 Off Di Pantaleo Gianfreda
Spread the love

La fede e il dubbio

Oso pensare che sia stato un momento sereno o addirittura felice quello di Carlo Maria Martini quando ha deciso di essere staccato dalle macchine che ancora lo tenevano in vita e consentirgli di entrare nel cielo delle beatitudini, se Dio vorrà.

Ne abbiamo parlato spesso nei nostri incontri. Lui diceva che la sua fede era salda ma si confrontava ogni giorno con i dubbi. Non sulla fede ma sul modo di usarla, di farla vivere con gli altri e per gli altri. La fede – così diceva – è al tempo stesso contemplazione e azione, ma sono due movimenti dell’anima intimamente collegati. La contemplazione è solitaria, l’azione è solidale e pastorale.

Io, da tutt’altro punto di vista, obiettavo che il dubbio sull’azione finisce per coinvolgere la fede nella sua interezza. Lui, quando gli feci quest’osservazione, rispose che infatti ogni giorno chi ha fede deve riconquistarla; questo è il compito del cristiano e in particolare del vescovo, successore degli apostoli: mettere la sua fede al servizio degli altri, quindi metterla in gioco e insieme agli altri, insieme alle pecore smarrite, riconquistarla.

Un giorno gli domandai quale fosse per lui il momento culminante della vita di Gesù: il discorso della montagna, oppure l’ultima cena o la preghiera nell’orto del Getsemani o l’interrogatorio dinanzi a Pilato o le “stazioni” della Passione o infine la crocifissione e la morte. “No – rispose – il momento culminante è la Resurrezione, quando scoperchia il suo sepolcro e appare a Maria e a Maddalena. E poi, trasfigurato, agli apostoli ai quali affida il compito di andare e predicare”.

LEGGI ANCHE  27 gennaio, Giorno della Memoria: “Ricordare è un dovere per evitare che la storia si ripeta”. Il dramma dei sinti

Martini è andato e ha predicato; si è confrontato, ha privilegiato i giovani preti e i laici più lontani ed ha considerato la morte come l’attimo in cui si varca la porta che conduce alla contemplazione eterna nella luce del Signore. L’anima abbandona il corpo dov’era rinserrata, ha fatto l’esperienza dei peccati, si è misurata con le tentazioni, ha pregato per gli altri in attesa di quel momento supremo. Per questo oso pensare che decidere di andare in pace sia stato l’attimo felice della sua vita.

Io non ho la fede nell’oltremondo e non la cerco. Lui lo sapeva e non ha mai fatto nulla per convertirmi. Non era questa la sua pastoralità, almeno con me. Voleva offrirmi la sua esperienza e forse utilizzare la mia. Ma quale esperienza? Non certo quella del mondo ma quella dell’anima, degli istinti, dei sentimenti, dei pensieri.

L’ultima volta che ci siamo incontrati, lo scorso inverno, gli portai il mio ultimo libro intitolato a Eros che non è certo una divinità cristiana. Lui non parlava già più, sussurrava e il suo assistente don Damiano leggeva il moto delle sue labbra e lo traduceva. Ma dopo aver rigirato tra le mani tremanti il libro, mi chiese (e don Damiano tradusse) se il protagonista del libro fosse l’amore e io risposi che sì, era un libro sull’amore e soprattutto l’amore per gli altri. E lui fece sì con la testa, per dire che gradiva il dono.

LEGGI ANCHE  Pietro Grasso eletto nuovo Presidente del Senato

L’amore per gli altri è il modo che Gesù indicò come il solo che conduce a Dio, la “caritas” l'”agape”. Quello è il compito della Chiesa apostolica: la “caritas” per arrivare a Dio attraverso il figlio che si è fatto uomo.

Quando ci lasciammo lui mi sussurrò nell’orecchio: “Pregherò per lei” e io risposi: io la penserò. E lui sussurrò ancora: “Eguale”.

Oggi penso molto a lui. Lui, nell’immagine di quell’attimo finale, ha certo pensato che stava varcando la porta della vita eterna. E io penso che lui l’abbia pensato e questo mi consola della sua perdita.

Eugenio Scalfari, repubblica.it, 1.9.12

—————

Un pensiero per il grande Pastore che tanti di noi volevano Pastore universale

Ho avuto sempre profonda ammirazione e naturale rispetto per il Card. Martini. Per la sua cultura immensa e la sua profonda spiritualità. Una spiritualità “incarnata” nel mondo e nei suoi problemi. Per il rispetto profondo verso tutte le culture e le religioni. Per la ricerca costante di dialogo e confronto. Lo sentivo un po’ il mio “Pastore”. Lo amavo profondamente. Avrei voluto, come tanti, che, dopo la morte di Giovanni Paolo II, diventasse Pastore universale.

Conservo come una reliquia una sua lettera del gennaio 2007 da Gerusalemme, dove ancora dimorava in quegli anni. La sua malferma firma autografa rilevava con chiarezza il male incalzante che lo aveva colpito da anni.

LEGGI ANCHE  A 50 anni, scompare improvvisamente l’ins. Mina Venuti

Nel 2007 si festeggiava il Centenario del Comune di Collepasso. Il mio sogno era invitare il cardinale Martini per un incontro di dialogo, di cultura, di pace. Prima del Natale 2006, gli inviai una lettera a Gerusalemme, insieme con il sindaco Vito Perrone.

Il card. Martini ci rispose cortesemente il 5 gennaio 2007: “Ho ricevuto la sua lettera e la ringrazio per avermi fatto conoscere l’impegno serio del Comune di Collepasso. Lo apprezzo molto, ma devo declinare l’invito perché da quando ho lasciato Milano ho deciso di non partecipare più a incontri pubblici. Ricambio di cuore gli auguri natalizi e di nuovo anno e, fiducioso nella sua comprensione, la saluto cordialmente nel Signore”.

Immagino di incontrarlo un giorno lassù e, se me lo permetterà, di poterlo umilmente e devotamente seguire per il cielo, di nuvola in nuvola, beandomi della sua compagnia e ascoltando le sue profonde e sagge parole…

Pantaleo Gianfreda


Spread the love
author avatar
Pantaleo Gianfreda