Collepasso feudo baronale
Dalle origini feudali alla vendita del 1692: come il territorio di Collepasso passò dalla Baronessa Capece a Giulio Cesare Lezzi di Galatina
Origini e feudalesimo
Molto prima che Collepasso diventasse il vivace paese che conosciamo oggi, il suo territorio era un feudo. Lo attesta un’iscrizione funeraria in lingua spagnola, conservata nella Cappella del Malladrone della chiesa di San Francesco a Gallipoli: ricorda le ceneri di D. Anna Massa-Capece Baronessa de Colupazo, morta nel 1681.
La più antica attestazione documentata del nome “Collepasso” compare su una tomba a Gallipoli. La lingua è spagnola — riflesso diretto del dominio della Corona di Spagna sul Regno di Napoli. L’iscrizione ricorda anche le numerose opere pie compiute dalla baronessa nella città di Gallipoli.
Cos’era un feudo di dignità
Nel sistema feudale che caratterizzò l’Italia meridionale per secoli, il feudo di Collepasso godeva di uno status privilegiato: era un feudo di dignità con titolo baronale, dotato di castello e tribunali propri. Questo significava che il feudatario esercitava poteri quasi sovrani sul territorio e sulle persone che vi abitavano.
Il feudalesimo, introdotto nel Mezzogiorno dai conquistatori normanni, aveva creato un sistema in cui proprietà fondiaria e sovranità politica si sovrapponevano. I vassalli ricevevano terre dal re in cambio di fedeltà militare — il termine “feudo” deriva probabilmente da fides, il giuramento di fedeltà prestato al signore.
«Il feudalesimo era una forma di Stato sociale in cui la proprietà si confondeva con la sovranità, e i possessori di terre erano investiti di tutte le prerogative annesse al potere supremo.»
Don Giuseppe Manta, Cenni storici (1896)
A fianco dei benefici — ordine sociale, protezione militare, organizzazione del territorio — il sistema feudale produsse anche gravi abusi: l’annientamento del potere centrale generò anarchia, oppressioni e devastazioni che alimentarono l’odio popolare verso i feudatari.
La vendita del 1692
Alla morte della baronessa Anna Massa-Capece, in assenza di eredi legittimi, il feudo tornò al Governo centrale di Napoli. Con Decreto della Regia Camera del 25 maggio 1691 fu ordinata la vendita pubblica del territorio. L’anno seguente si presentarono tre acquirenti: Matteo Barone, Domenico Andriano e Giulio Cesare Lezzi, ricco possidente di Galatina con interessi anche a Gallipoli e Galatone.
L’asta si concluse il 31 ottobre 1692, durante il regno di Carlo II d’Asburgo, ultimo re spagnolo di Napoli. La trattativa fu gestita dal Viceré Francesco de Bonavides, e si concluse con la vittoria di Lezzi — rappresentato da Domenico Andriano — a un prezzo sorprendentemente conveniente.
La perizia ufficiale stimava il feudo 7.300 ducati. Giulio Cesare Lezzi lo acquistò per soli 3.920 ducati — circa 16.660 lire italiane — meno della metà del valore stimato. Un vantaggio notevole, che lascia intuire trattative informali o una valutazione di comodo.
Il patrimonio del feudo
L’acquisto comprendeva un patrimonio considerevole. Il castello baronale — palazzo con cantina, forno, stalle, centimolo, carceri e due cisterne — era il cuore del feudo. Intorno si estendevano boschi di ghiande, terre seminative e una serie di masserie con nomi ancora in parte riconoscibili oggi: Santa Lama, Colavita, la Petruzzi, la Montagna, lo Scollato.
Il territorio si sviluppava per sette miglia di circuito, confinando con Cutrofiano, Neviano, Parabita, Matino e Casarano. L’acquirente ottenne anche tutti i diritti signorili degli antichi baroni, oltre alla facoltà di nominare il Governatore per le cause civili, criminali e miste.
Fuori dal palazzo baronale esisteva già una piccola cappella dedicata alla SS. Trinità, dipendente dall’Arcivescovo di Otranto. Vi si celebrava messa nei giorni festivi per i contadini e le guardie del castello. È l’antenata dell’attuale chiesa dello Spirito Santo — il primo luogo di culto della comunità collepassese.
La tassa di passaggio e il nome del paese
Tra i diritti feudali più sentiti dalla popolazione c’era la riscossione di una tassa sui viaggiatori e le carovane di commercianti che attraversavano il territorio. I mercanti che dal Capo di Leuca si dirigevano verso Gallipoli erano obbligati a fermarsi davanti a due colonne — tuttora visibili nella piazza antistante il palazzo baronale — e a pagare il tributo.
Con la vendita del 1692 questo balzello fu esplicitamente abolito per decreto regio. Secondo il canonico Manta, è proprio da questo passo obbligato attraverso il colle che deriverebbe il nome Collepasso: colle libero dal tributo, colle aperto al cammino.
Il nome compare in forma spagnola già nel 1681 (Colupazo) e in forma latina negli atti notarili (Collispassi). Il canonico Manta lo interpreta come “colle aperto al passaggio” — un riferimento alla tassa feudale abolita nel 1692. Le colonne che segnavano il punto di riscossione sono ancora visibili nella piazza del paese.
Fonte principale: don Giuseppe Manta, Cenni storici-etnografici intorno al villaggio di Collepasso (Galatina, Stab. Tip. P. Galatino, 1896), capitoli I e II. Il testo originale, di cui esiste una sola fotocopia parziale, è stato recuperato e digitalizzato da Pantaleo Gianfreda per metterlo a disposizione dei Collepassesi. La presente versione è adattata redazionalmente per la lettura digitale: il contenuto storico è fedele all’originale, la forma è stata semplificata per migliorare la leggibilità. Edizione digitale curata da Marco Gianfreda



