23 anni fa, domenica 29 giugno 2003, moriva nella sua casa di Cerfignano, mons. Salvatore Miggiano.
In occasione della ricorrenza sento il dovere di ricordare questa bella figura di uomo e sacerdote, parroco di Collepasso per quasi 50 anni, che ha rappresentato “un pezzo di storia” della nostra comunità.
Don Salvatore era nato a Cerfignano il 22 dicembre 1912. Ordinato sacerdote il 26 luglio 1936, insegnò per otto anni nel seminario arcivescovile di Otranto e nel 1944 fu nominato parroco di Collepasso, dove rimase ininterrottamente sino al 1990. In quell’anno egli tornò a vivere nel suo piccolo e amato “borgo natìo”, circondato dall’affetto dei suoi parenti e dei tanti collepassesi che spesso, me compreso, si recavano a fargli visita.

Coetaneo di mio zio Don Grazio Gianfreda, i due sono stati molto legati sin dai tempi del seminario ed hanno mantenuto sempre rapporti solidi di amicizia e stima. Grazie proprio a questi rapporti e alla volontà di Don Salvatore di avere e istituire a Collepasso un’accogliente e moderna Scuola materna per i bambini (che, qualcuno ricorderà, aveva già istituito ed operava negli angusti locali dell’oratorio della parrocchia), Don Grazio donò alle Suore d’Ivrea due ettari di terreno edificatorio sulla via di Parabita, dove oggi vi sono l’asilo nido, la Scuola dell’Infanzia e l’Oasi.
Non tutti sanno, però, che nella donazione mio zio aveva previsto la clausola che quell’area sarebbe andata alla Parrocchia “Natività di Maria Vergine”, di cui era parroco Don Salvatore, nel caso le Suore avessero, per motivi vari, rinunciato o abbandonato il luogo.

Uomo dalla forte intelligenza e personalità, forse più di tutti ha segnato la storia e la vita di Collepasso nel corso di tutta la seconda metà del secolo scorso e, nei suoi quasi 50 anni di permanenza nel nostro Comune, don Salvatore è stato protagonista indiscusso e talora controverso. Impregnato di grande religiosità ed umanità, di vivace cultura, maestro di vita, assiduo costruttore ed organizzatore, raffinato oratore in quelle omelie preparate con meticoloso impegno, figlio di un mondo contadino del quale subiva il fascino ed i valori, al servizio di Dio e degli uomini, attento osservatore dei fenomeni sociali, con umani difetti e tante virtù.
Come affermò don Celestino Tedesco, suo viceparroco dal 1963, dopo la sua morte, “don Salvatore è stata una figura bella di parroco per la gente, che si rivolgeva a lui non solo per motivi religiosi ma anche per i bisogni personali. Il suo apostolato forse era un po’ datato, ma bisogna rilevare spassionatamente che ha lavorato e si è impegnato sempre”.
Non solo parroco, ma anche padre, confidente, amico, cittadino democratico, don Salvatore ha rappresentato per tanti anni il vero punto di riferimento della comunità collepassese. Amato e rispettato da tutti, legato in maniera quasi “morbosa” alla sua Collepasso, le sue posizioni suscitavano talora contrasti per il suo impegno diretto, seppur discreto, nella vita sociale e politica del paese
Il Comune di Collepasso, per ricordare il sacerdote, alcuni anni fa ha intitolato a lui una piazza, piazzetta Mons. Salvatore Miggiano (ex Dabormida).
La figura di don Salvatore, “parte” integrante della formazione e del sentire di intere generazioni di collepassesi, merita rispetto e grande considerazione e merita certamente un ricordo ed un omaggio più adeguati ed appropriati.
In lui è stata sempre forte, sin dalla sua venuta a Collepasso, l’idea di quel “popolarismo” democratico che voleva i cattolici, dopo gli anni bui del fascismo, testimoni militanti della loro fede ma anche protagonisti attivi della vita sociale e politica della risorta democrazia italiana.

Negli ultimi anni, delusioni ed amarezze, ma anche il prevalere di valori sociali estranei alla sua formazione e cultura, lo avevano costretto ad un ruolo meno attivo, sforzandosi, però, sempre di capire “i segni” dei tempi. Nella sua cultura era evidente l’impronta conservatrice. Era, però, un conservatore illuminato, intelligente ed onesto, avverso a quel degrado sociale e morale che, soprattutto dagli anni ’70 in poi, aveva preso, a suo parere, il sopravvento in parte della società.
Ricordo don Salvatore con affetto e stima, intelligente e dialogante, rispettoso delle idee altrui, preoccupato per il benessere della comunità, critico per il prevalere di uomini che guardavano troppo al proprio “particulare”.
Alcuni ricordi personali
Intanto un lontano ricordo dell’infanzia-adolescenza. Fine anni ’50, primi anni ’60. Con quanto affetto e quanta cura l’arciprete circondava noi giovani seminaristi! Allora, erano tanti i seminaristi… Giovannino, Pinuccio, Gino, Grazio, Mino, l’altro Pinuccio, Antonio, io (ho dimenticato qualcuno?!?)… quelli che “durarono” di più e altri che “durarono” di meno; e, ancora, i tantissimi ragazzi dei vari ordini religiosi (i “monaci”, dicevamo!), “reclutati” in numero quasi spropositato, seppure, quasi tutti, di brevissima “durata”.

Ci teneva tanto l’arciprete alle vocazioni!
Schierati, ogni mattina in Chiesa, durante le vacanze estive, i “seminaristi” con le loro tonache nere, da un lato, i “monaci” con le loro tonache quasi tutte bianche e talune abbrunate, dall’altro, sotto lo sguardo vigile, sornione e severo dell’arciprete, intimiditi, ma attratti dalla sua austerità e dalla sua religiosità. I risultati, purtroppo, non furono all’altezza delle sue attese. Ma si sa, “multi sunt vocati, pauci electi“. Anzi, nel caso dei seminaristi “fine anni ’50-primi anni ‘60”, nessuno tra gli electi (anche se l’Arciprete continuò a curare nuove vocazioni e vedere, finalmente, due seminaristi a lui cari ordinati sacerdoti: Don Oronzo Orlando e Don Giuseppe Mengoli). Tutti, però, al di là delle successive scelte personali e professionali, rimasti legati a don Salvatore, che, non solo per antica abitudine, ritornavamo puntualmente a salutare, di ritorno dalle Università o dai lontani luoghi di lavoro …

Ricordo, alla fine degli anni ’60 e agli inizi degli anni ’70, lo sforzo del Parroco, da tutti dipinto come anticomunista, di capire, dopo le iniziali diffidenze, le motivazioni che avevano spinto tanti di noi giovani cattolici ad abbandonare la D.C. ed aderire prima al MPL di Livio Labor e, poi, alcuni, al Partito comunista italiano (quanti ex seminaristi ritrovai nel partito dell’austero e onesto Berlinguer!). Certamente lui non condivideva la scelta, ma ne capiva le motivazioni, la voglia di cambiamento che quelle scelte sottendevano.

Quando, dopo le elezioni del 1975, il cav. Giuseppe Errico, sindaco uscente molto legato a don Salvatore, mi incontrò riservatamente e, nonostante la dura campagna elettorale condotta contro di lui, mi propose la sua conferma a sindaco e la mia elezione a vicesindaco, io rifiutai. Allora non capii e forse sbagliai. Solo molto tempo dopo intuii che quella proposta era stata, probabilmente e discretamente, suggerita da chi aveva capito il potenziale positivo che potevano rappresentare quei giovani per Collepasso, al di là della loro appartenenza partitica.
Lo capii molto tempo dopo, quando sentii don Salvatore sostenere con forza la necessità per Collepasso di un’amministrazione DC-PCI.
Anche per questo, oltre il rispetto e la stima che hanno sempre caratterizzato i nostri rapporti, nonostante il tempo passato e l’evolversi di tante situazioni, il ricordo e l’affetto per lui sono rimasti immutati nel tempo.
Se, nel passato, con malcelato scherno, sono stato inserito, nell’ambito del PCI, tra i “catto-comunisti” (non me ne sono mai adombrato, anzi!) e tra i più convinti sostenitori dell’idea berlingueriana del “compromesso storico”, è stato certamente per la formazione e la cultura “delle origini”, ma anche perché la figura e il confronto con don Salvatore mi convincevano della necessità che i valori e gli uomini migliori del cattolicesimo democratico e dell’originale riformismo comunista italiani si unissero per governare il Paese.
Ci siamo sempre rispettati e voluto bene, forse anche per affetti e legami familiari comuni. Quel rispetto vero, che, al di là di posizioni e idee personali, talora opposte o contrastanti, permette ad ognuno di riconoscere la buona volontà e la buona fede reciproche.

Non ricordo – eppure, nella mia gioventù, ho attraversato periodi di forte e radicale dissenso nei confronti delle posizioni “terrene” della Chiesa e del suo conservatorismo sociale e politico – che ci sia stato mai tra noi un alterco, uno scontro personale, un’offesa. Anzi, le incomprensioni ed i “cannibalismi” umani don Salvatore li ha dovuti talora subire nel suo stesso mondo. Come succede, spesso e dappertutto, all’interno delle aggregazioni sociali (siano esse di carattere religioso, politico o professionale) fortemente caratterizzate.
La lezione di Don Salvatore rimane tuttora attuale in questi tempi difficili a tutti i livelli.
Egli ha insegnato, a chi ha voluto capire, la “civiltà” nei comportamenti e nei rapporti umani e sociali. Non è un caso che quelle pochissime persone che più hanno capito il senso vero del suo insegnamento abbiano vissuto con un certo disagio una società che spesso tende a premiare i disvalori e non i valori, l’arrivismo e non la preparazione, l’apparenza e non la sostanza, l’incultura e non la cultura, la furbizia e non l’intelligenza.
Valori d’altri tempi? No!
Valori ancora attuali, per i quali è giusto continuare ad impegnarsi. Anche nel ricordo riverente ed affettuoso di don Salvatore.
Pantaleo Gianfreda
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