Dante e Pantaleone: “suggestioni e analogie” tra Divina Commedia e “Opus insigne” (10 dic., ore 18.30, Salone Cristo Re)

Dante e Pantaleone: “suggestioni e analogie” tra Divina Commedia e “Opus insigne” (10 dic., ore 18.30, Salone Cristo Re)

8 Dicembre 2021 Off Di Pantaleo Gianfreda
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Venerdì 10 dicembre, alle ore 18.30, presso il Salone Parrocchiale della Chiesa “Cristo Re”, si terrà, nella ricorrenza del 7° Centenario della morte di Dante Alighieri (1265-1321), il preannunciato incontro culturale sul tema: “Suggestioni e analogie tra il Mosaico di Otranto e la Divina Commedia”.

Quando, nel lontano 1964, don Grazio Gianfreda pubblicò “Suggestioni e analogie tra il Mosaico pavimentale di Otranto e la Divina Commedia”, uno dei primi tra i suoi numerosissimi lavori sul Mosaico e sulla storia di Otranto e di Terra d’Otranto, non poche furono le polemiche da parte di alcuni “soloni” che storcevano il naso per quell’originale e “suggestiva” pubblicazione.

Nel 1964 Don Grazio, nato a Collepasso il 20.4.1912, scomparso il 4.1.2007 e seppellito nel paese natio – sacerdote e studioso di grande umanità e sapienza, di cui mi onoro di essere nipote -, era già da otto anni parroco della Cattedrale di Otranto e, uomo colto e spirito curioso, aveva iniziato da tempo ad “esplorare” i significati ed i misteri del medievale mosaico pavimentale e a scriverne. Fu parroco sino al 1988, ma continuò a “presidiare” e studiare il Mosaico sino alla sua morte.

Don Grazio Gianfreda

10-15 giorni prima della scomparsa, recatomi a trovarlo in Cattedrale, lo vidi intento a scrivere, come suo solito, seduto nella scrivania all’ingresso della grande sagrestia e immerso tra i suoi libri. Mi confidò del nuovo lavoro letterario che aveva intrapreso e volle leggermi, appassionatamente come faceva sempre, alcune pagine manoscritte. Ricoverato per accertamenti presso l’Ospedale di Tricase, continuò a scrivere dal suo lettino sino a quando il suo cuore si fermò d’improvviso. Fu il suo ultimo lavoro, cui aveva già dato, come mi disse, il significativo titolo “Il Mosaico di Otranto: ponte tra Oriente ed Occidente”. Un lavoro mai pubblicato, le cui bozze (invano da me cercate) sono andate forse perdute, ma che rileva e rivela il profondo ed inscindibile legame che si era creato tra quest’uomo di profonda cultura e il Mosaico, significati e misteri che tanto lo affascinavano.

Don Grazio ha dedicato la sua vita e le sue ricerche al Mosaico, della cui “lettura” era anche infaticabile ed appassionata “guida” per i tanti studiosi, docenti, studenti, pellegrini, autorità, turisti o semplici curiosi del grandioso “Albero della Vita”, le cui tessere musive spaziano sul pavimento della Cattedrale di Otranto, “Opus insigne” (1163-1165) di Pantaleone, monaco della vicina Abbazia basiliana di San Nicola di Casole, “una delle realtà culturali più importanti del medioevo cristiano, divenuto tra il 1347 e il 1438 il più ricco monastero dell’Italia meridionale” (Mario Cazzato). I suoi possedimenti si estendevano persino a Supersano, dove il monastero ebbe per lungo periodo la proprietà dell’esteso agro “Sombrino”.

Resti dell’antica Abbazia di San Nicola di Casole nei pressi di Punta Palascìa

L’Abbazia, costruita nel 1098-1099, non era, infatti, solo un monastero, ma rappresentò per secoli (sino alla sua distruzione nel 1480 ad opera dei Turchi) un vero “ponte” culturale tra Oriente ed Occidente, dotata di una ricchissima biblioteca e di un rilevante scriptorium per la riproduzione da parte dei suoi monaci amanuensi di testi e codici antichi greci e latini – oggi sparsi nelle più rinomate Biblioteche di tutta l’Europa -, vera Università di Studi (la prima d’Europa, secondo alcuni storici), cui accedevano gratuitamente i giovani desiderosi di acculturarsi.

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Nel 1965, anno successivo alla pubblicazione di “Suggestioni e analogie…”, ricorreva il 7° centenario della nascita del Sommo Poeta e il lavoro di don Grazio rappresentò un originale contributo di “idruntinità” e “salentinità” ai tantissimi scritti e celebrazioni che avvennero in quell’anno.

Il 7° centenario della nascita di Dante venne celebrato con eventi diffusi in ogni centro del territorio nazionale, nelle scuole, nei Comuni, nelle chiese, in studi, convivi ed assise culturali di grande rilevanza. Ricordo ancora la celebrazione dell’Anno Dantesco 1965 che avvenne nella Cattedrale di Otranto, cui partecipai da giovane seminarista, con la dotta prolusione dell’arcivescovo Mons. Giovanni Fallani, illustre dantista e titolare dal settembre 1962 (e sino al 1985, anno della sua morte) della cattedra di Teologia dantesca, ripristinata proprio nel 1962 per volontà di Giovanni XXIII, presso la Pontificia Università Lateranense.

Per un profondo e stimato studioso come Fallani, appariva certo interessante ed originale quel libro di don Grazio sulle suggestive “analogie” tra l’“Opera summa” di Dante (1265-1321) e l’“Opus insigne” (1163-1165) di Pantaleone (…guarda caso, Dante nasce esattamente 100 anni dopo il completamento del Mosaico!).

Nessuna pretesa storica da parte di don Grazio sul fatto che Dante, peregrino per l’Italia nel corso del suo esilio, sia stato realmente ad Otranto – non da escludere, comunque, considerato che all’epoca la città era uno dei più importanti centri culturali d’Italia – o che il Mosaico sia stato (“probabile”?!?) “fonte dantesca”, ma solo, come scrive nella prima edizione del libro (1964), la constatazione “che esista un mosaico del XII secolo che contenga scene e figure analoghe a quelle descritte da Dante nel suo Poema” 150 anni dopo.

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Nella “prodigiosa fecondità” che caratterizzò il periodo 1050-1350, “vanno posti – scrive ancora don Grazio – il mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto e la Divina Commedia: essi sono due poemi di fede e di scienza, di pedagogia e di etica, di arte e di cultura; essi sono due sintesi del pensiero umano, che caratterizzano il periodo in cui videro la luce… Otranto e Ravenna s’incontrano e si tendono la mano: sono un po’ troppo i punti di contatto tra il mosaico e la Commedia. Sono scene, figure, analogie, pene di dannati, miti che si scostano dalla tradizione classica e che troviamo identici in Pantaleo e Dante… i racconti dei due artisti sono uguali e non si allontanano dalla grande letteratura medievale… Pietre angolari della grande cultura universalistica, Pantaleo dipinge, Dante scrive: quello regala le figure; questo, le didascalie”.

Osserviamone brevemente solo alcune tra le tante.

“Pantaleone e Dante premettono al loro inferno un antinferno quasi analogo: tre fiere aggrediscono l’umanità, simboleggiata nel mosaico da un capro e nella Commedia dallo stesso Dante”, scrive don Grazio. Una lonza, un leone e una lupa nella Divina Commedia; un orso rampante, un leone e una lupa nel Mosaico.

“… una lonza leggere e presta molto, che di pel maculato era coperta; e non mi si partìa d’innanzi al volto; anzi impediva tanto il mio cammino, ch’io fui per ritornar, più volte vòlto” (Inferno, 1, 42)… “ma non si che paura non mi desse la vista, che m’apparve, d’un leone. Questi che contra me venesse con la test’alta e con rabbiosa fame, sì che parea che l’aere ne temesse” (Inferno, 1, 44-48). La terza fiera del Poema è una lupa, secca e bramosa… “che di tutte brame sembiava carca nella sua magrezza, e molte genti fe’ già vive grame. Questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch’uscia di sua vista, ch’io perdei la speranza dell’altezza” (Inferno, I, 32-36).

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… e poi … “Com’io tenea levate in lor le ciglia e un serpente con sei piè si lancia dinanzi all’uno, e tutto a lui s’appiglia. Co’ piè di mezzo gli avvinse la pancia, e con gli anterior le braccia prese; poi gli addentò e l’una e l’altra guancia. Li deretan alle cosce distese, e misegli la coda tr’ambedue, e dietro le ren su la ritese” (Inferno, XXV, 49-57)… non c’è un unicuum sentire nei due grandi Artisti?!?

… e ancora… “Ed ecco ad un ch’era da nostra proda s’avventò un serpente che il trafisse là dove il collo alle spalle s’annoda…” (Inferno, XXIV, 97)… come non ipotizzare la “suggestione” che Dante abbia visto o sentito parlare di questa immagine musiva del monaco Pantaleone?!?

… inoltre … “Correvan genti nude e disperate, senza sperar pertugio o elitropia; con serpi le man dietro avean legate…” (Inferno, XXIV, 92)… l’immagine del mosaico sembra preannunciare quello che scriverà Dante.

Numerosissime e suggestive sono le altre “analogie” tra l’opera poetica di Dante e l’opera musiva di Pantaleone.

Chi è interessato ad approfondire potrà, nel corso della serata, acquistare il libro (prezzo € 10,00) pubblicato in IV edizione (Edizioni Grifo, 2015) riveduta da don Quintino Gianfreda (1934-2019), nipote di don Grazio e già Vicario della Diocesi di Otranto.

Un invito a partecipare a questo incontro che, nell’“Anno Dantesco 2021”, intende celebrare il 7° centenario della morte del Grande Poeta e ricordare, al contempo, il prezioso contributo culturale di don Grazio Gianfreda, nostro illustre ed indimenticato concittadino.

Pantaleo Gianfreda


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