Considerazioni e riflessioni a trenta anni dalla morte di Enrico Berlinguer

11 Giugno 2014 Off Di Pantaleo Gianfreda

Enrico Berlinguer a Lecce con  l'on. Mario Foscarini (alla sua destra) e l'on. Giorgio Casalino (alla sua sin.)

Enrico Berlinguer a Lecce con l’on. Mario Foscarini (alla sua destra) e l’on. Giorgio Casalino (alla sua sin.)

Non guardo con rimpianto al passato. Non credo che i decenni trascorsi siano stati migliori dei tempi attuali. Né credo, come sento spesso ripetere, che “ieri” era “diverso” (in senso positivo), rispetto ad “oggi” (in senso negativo). Che “ieri” c’erano ideali per cui lottare, c’era questo, c’era quello, ecc. ecc.… mentre, invece, “oggi”… ecc. ecc. Il vezzo di guardare con nostalgia al passato appartiene a chi è già “vecchio dentro” prima di diventarlo “fuori”. A chi si aggrappa disperatamente al “peter pan” che resiste in ciascuno di noi nell’illusione di perpetuare un’età (la gioventù) che non torna più. A chi non si rassegna al panta rei (“tutto scorre”) eraclitiano e si rivolge al presente (soprattutto ai giovani) con risentimento, acrimonia e spocchiosa superiorità (“Ai miei tempi…”, amano ripetere stancamente i saccenti ottusi!), invece di guardare con spirito costruttivo e positivo, seppur critico, alla contemporaneità. Per quanto mi riguarda, quando ricordo personaggi o ripercorro momenti politici del passato, mi assalgono, accanto a splendidi ricordi, sentimenti contrastanti, in cui talora prevale il brivido e la nausea per un passato che spero non ritorni più.
Quando penso ad Enrico Berlinguer, avverto sentimenti positivi di dolcezza e di armonia. Penso ad un uomo e a un leader amato e carismatico, pur con le sue tante “luci ed ombre”. Un leader nazionale che, insieme ad Aldo Moro, aveva anteposto gli interessi dello Stato e della democrazia a quelli di partito. Un leader ed un uomo per il quale, in quei lunghi 11-13 giugno del 1984 – dal giorno della sua morte, avendo accanto Sandro Pertini, a quello del suo funerale, “sommerso” da un milione di persone – tantissimi piansero per quella prematura ed “eroica” scomparsa e, al contempo, nell’avvertire che qualcosa “moriva” anche dentro di loro. Piansi anch’io, costretto a letto da una brutta broncopolmonite in quel di Teramo, dove avevo accompagnato i miei amati genitori da mia sorella Ester. Erano lacrime di dolore per la scomparsa di un grande leader. Erano anche lacrime di angoscia. Con la morte di Berlinguer cadevano le speranze e le illusioni di un’intera generazione di giovani che, come me, si erano avvicinati al PCI grazie al suo carisma, al suo rigore morale e alla sua austera personalità, che attraevano anche tanti esponenti del mondo cattolico.
Dopo Berlinguer moltissimi di noi si sono sentiti sempre più “meno comunisti” (forse non lo eravamo, in senso classico, nemmeno prima) e, per far sopravvivere i nostri ideali (o, forse, le nostre illusioni), avvertirono già subito il bisogno di una svolta dopo quella tragica morte, la necessità di una sinistra democratica e riformista saldamente ancorata al socialismo europeo. La specificità e l’originalità del comunismo italiano era “morta”, infatti, con Berlinguer. Quell’esperienza unica che era stato il Partito comunista italiano aveva il dovere di confrontarsi e contaminarsi subito con le esperienze della sinistra europea, in netta prevalenza socialdemocratica. D’altronde, cos’era già diventato il PCI nelle grandi città e regioni che governava?!? Non aver colto questa ineluttabile esigenza storica ha rappresentato uno dei limiti più gravi del periodo successivo, conclusosi, dopo alterne vicende e timidezze talora devastanti, solo oggi, a trenta anni di distanza, con l’avvento di Matteo Renzi nella direzione della sinistra italiana e la sua decisione di far aderire l’odierno Partito Democratico al Partito Socialista Europeo.
Ieri sera, a Maglie, in un bello e partecipato incontro per ricordare Berlinguer, l’ex segretario nazionale PCI/PDS Achille Occhetto ha rivelato un episodio emblematico delle reali volontà e prospettive cui guardava Berlinguer. Agli inizi degli anni ’70 il giovane Occhetto era segretario regionale del PCI in Sicilia. Erano gli anni in cui era stata lanciata la politica del “compromesso storico” e Berlinguer si recò in Sicilia per un comizio. In un momento di intimità, egli chiese al giovane segretario regionale cosa ne pensasse della possibilità di cambiare nome al PCI e quale nome avrebbe dato al nuovo partito. Evidentemente Berlinguer avvertiva già l’esigenza politica e culturale di aprire una nuova, più moderna e feconda fase per la sinistra italiana. Non ebbe, forse, il coraggio di essere conseguente o, forse, le condizioni interne al partito e al Paese, oltre la situazione internazionale, non gli permisero una scelta che lui riteneva ineluttabile.
Non appartengo alla categoria dei “nostalgici” del PCI, che pur ha esercitato positivamente un ruolo importante e fondamentale nella politica e nella democrazia italiane, rappresentato la fiducia e la speranza di milioni di lavoratori e progressisti e reso protagoniste le classi subalterne, elevando alla dignità di dirigenti e rappresentanti istituzionali tanti operai e contadini. Era chiaro, però, che quel modello di partito, proprio grazie a tante coraggiose scelte di Berlinguer, soprattutto nella politica internazionale (l’”esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre”, la scelta di restare sotto l’”ombrello della Nato”, ecc.), doveva lasciare il passo ad un partito nuovo e diverso della sinistra italiana. Prima che i fallimenti del “socialismo reale” di stampo sovietico, già note ai massimi dirigenti dell’epoca, divampassero nella loro tragica rappresentazione. Forse, Berlinguer fu condizionato anche dalla struttura fortemente ideologicizzata e dalla organizzazione quasi militarizzata di un partito che a tanti appariva (ed era, in effetti) una “chiesa”, con le sue regole rigide, i suoi dogmi e le sue gerarchie, quasi sempre cooptate ed inamovibili. Il PCI aveva scelto sin da Togliatti il “metodo democratico” nel perseguire i suoi obiettivi politici, sino a diventare negli anni ’70-’80 il vero baluardo della democrazia italiana, ma la sua vita interna, dominata dall’ossimoro ideologico del c.d. “centralismo democratico”, era tutto fuorché democratica. I tanti casi eclatanti di epurazione e repressione del dissenso interno rimangono (ma i più non sono noti) nei tragici fotogrammi della “sacra inquisizione” rossa, in cui torquemada nazionali e locali distruggevano il destino e la dignità di tanti compagni generosi e capaci, spesso i migliori e i più onesti.
Mi assalgono i brividi quando ripenso alla mia breve esperienza di funzionario della Federazione provinciale del PCI proprio in quegli anni, per alcuni mesi tra il 1983 e 1984, dopo la positiva esperienza di presidente provinciale della Confcoltivatori. Spero di avere tempo e possibilità di scrivere un giorno qualcosa su “l’altro PCI” (quello assai meno conosciuto e completamente oscurato dall’agiografia ufficiale), di fatto vittima del “PCI ufficiale”, che governava le federazioni provinciali (almeno quella di Lecce) con piglio autoritario ed autoreferenziale, modellando struttura ed uomini alle carriere personali e politiche di una ristrettissima oligarchia di “dirigenti”, che si facevano scudo del “centralismo democratico” per perseguire tenacemente le loro ambizioni personali. Mi assale una certa e “distaccata” rabbia – e, al contempo, un certo compatimento -, quando ascolto o leggo sui social network impudiche dichiarazioni di esponenti dell’allora nomenclatura comunista provinciale, che hanno abusato lungamente del c.d. “centralismo democratico”, represso menti vive e vivaci della sinistra, esercitato il metodo delle epurazioni interne per salvaguardare le loro carriere politiche personali. Il PCI era allora un partito che, a livello territoriale, avrebbe meritato, come era stato subito dopo la Liberazione, una diversa e migliore classe dirigente per onorare e rappresentare degnamente una base straordinaria e generosa, uomini e donne che esercitavano con sacrifici e autentico spirito di abnegazione la loro militanza per costruire una società migliore e combattere gli abusi ultradecennali del potere democristiano.
Confesso che, nonostante gli innumerevoli limiti dell’odierno Partito Democratico, preferisco di gran lunga questo partito al vecchio PCI. Un partito che, per quanto mi riguarda, preconizzavo già in quegli anni.
D’altro canto, è pur vero che i processi politici vanno contestualizzati e la storia del PCI è stata vissuta in tempi assai difficili e in contesti internazionali assai differenti rispetto a quelli odierni. Ma perché, mi sono sempre chiesto, l’Italia ha dovuto subire per decenni, unico Paese dell’Europa occidentale, le due anomalie di avere, da una parte, perennemente all’opposizione il più grande partito comunista d’occidente e, dall’altra, al governo un partito confessionale di massa, quale era la D.C., che impediva quella politica dell’alternanza, fisiologica in ogni democrazia, che è stata la causa principale delle degenerazioni del sistema politico italiano?!?
Una risposta a questa domanda l’hanno data, nell’iniziativa di ieri a Maglie, le preziose testimonianze del sen. Giorgio De Giuseppe e dell’on. Achille Occhetto. Le strategie politiche di Berlinguer e Moro, pur nell’ambito di differenti interpretazioni del “compromesso storico”, dovevano condurre ad una “normalizzazione” della politica italiana nel contesto europeo ed occidentale. Sappiamo – e non a caso – come è andata a finire. Moro fu rapito ed ucciso. Berlinguer, che era pronto da tempo (secondo la testimonianza di Occhetto) a cambiare nome al partito, dovette “ripiegare” negli anni successivi su posizioni più difensivistiche e, in alcuni momenti, anche più estremiste e, per certi versi, incomprensibili per un uomo moderato come lui.
Cosa rimane, allora, oggi di Berlinguer?!?
In primo luogo, il ricordo di un uomo mite ed austero, di un politico onesto, di un leader carismatico. E’ stato ed è uno dei più amati leader politici del secolo scorso. Tanti altri sembrano ormai caduti nel dimenticatoio. Togliatti, ad esempio. Quest’anno, ad agosto, ricorre il 50° anniversario della sua morte. Nessuno ne parla. Nessuno organizza eventi. Del trentennale della morte di Berlinguer si parla da mesi, grazie anche al film di Walter Veltroni “Quando c’era Berlinguer”. In questi giorni è ovunque un pullulare di iniziative per ricordare la sua figura politica e, soprattutto, la sua lezione, sempre attuale, sulla “questione morale”.
Una lezione tuttora valida, tornata di attualità anche in questi giorni dopo gli arresti per le vicende dell’Expo di Milano e del Mose di Venezia.
Berlinguer poneva la “questione morale” come centrale nella vita del Paese. Egli prevedeva già da tempo quello che sarebbe successo a cavallo degli anni ’80 e ’90, con il crollo della Prima Repubblica e la scomparsa della D.C. e del P.S.I., spazzati via proprio dalle inchieste giudiziarie di “Tangentopoli”.
La lezione di Berlinguer rimane valida ancora oggi.
La questione morale – disse Berlinguer nell’intervista a “la Repubblica” del 28 luglio 1981 – esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico”.
Parole e testimonianza valide ancora oggi e che rendono ancora attuali la figura di Berlinguer e la sua lezione politica!

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