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4 novembre, “Festa dell’Unità nazionale, Giornata delle Forze Armate, Commemorazione dei Caduti di tutte le guerre”: programma manifestazione

Sabato 4 novembre, in occasione della “Festa dell’Unità nazionale, Giornata delle Forze Armate, Commemorazione dei Caduti di tutte le guerre”, l’Amministrazione comunale ha organizzato la consueta manifestazione secondo il programma previsto nel sottostante manifesto.

Pubblicato da il 2 novembre 2017. Filed under Notizie flash. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. Both comments and pings are currently closed.

4 commenti a 4 novembre, “Festa dell’Unità nazionale, Giornata delle Forze Armate, Commemorazione dei Caduti di tutte le guerre”: programma manifestazione

  1. francesco ria

    11 novembre 2017 a 18:59

    ….cchiu ca la furtuna….mancau la benzina…

  2. Amico dell'attore Sarcinella

    7 novembre 2017 a 07:39

    Non credo di saperlo solo io… il 4 Novembre risulta infatti, non solo l’anniversario del trionfo sugli austriaci e della vittoria definitiva del Regio Esercito a V. Veneto o terza battaglia del Piave ma anche, la giornata delle Forze Armate ed inoltre, il giorno dedicato ai caduti in guerra… anzi, ai caduti di tutte le guerre, compresa la seconda guerra mondiale…ah dimenticavo… probabilmente non mi stavo ricordando che per quanto riguarda i caduti della seconda guerra mondiale, l’unica data da festeggiare per alcuni è un’altra(solo quella!)…eppure, sulla lapide commemorativa sotto l’orologio comunale, oltre ai caduti e dispersi dei due conflitti mondiali, si leggono addirittura i nomi dei soldati italiani deceduti in terra di Spagna e d’ Etiopia… Credo inoltre, di non essere la persona più adatta al quale rivolgere accuse di nostalgismo ideologico e politico…
    P.S. I miei nick name sono facilmente e direttamente riconducibili a me medesimo oltre che firmati con le iniziali. Altri e svariati nick presenti su questo sito invece, non fanno assolutamente capire di chi si tratta…premesso che, sul sito di InfoCollepasso mi son firmato tantissime volte con nome e cognome(anche nel commento dell’ articolo datato 8 aprile a cui fai riferimento). In altre invece, ho preferito usare qualche pseudonimo…ma senza nessun secondo fine…più che altro per non risultare ripetitivo…non credo però che ciò comporti reato..! N.B. Orda non ha solo il termine negativo di accozzaglia di uomini armati…ma anche quello originale di accampamento militare e tribù identitarie di uomini armati. F.to Ant. L. Precario di Complemento.

  3. Giuseppe Lagna

    5 novembre 2017 a 21:29

    Caro Antonio,
    continuo a chiedermi per quale motivo tu debba continuare a celarti dietro svariati “nickname”.
    Ti rispondo giusto perché stavolta hai usato il mio cognome e per riprenderti nuovamente, come feci in occasione del tuo commento al mio pezzo “Sognavano una casa, una donna, un lavoro. I dieci giovani collepassesi dispersi nelle steppe del Don” sempre su questo sito l’otto aprile scorso.
    Il termine “orde” da te utilizzato per definire l’Armata Rossa è fuori luogo, poiché vocabolo intriso di significato negativo proprio nei termini di disordine e indisciplina.
    E non mi sembra assolutamente pertinente all’esercito del popolo sovietico, che difese fin troppo eroicamente e con immani perdite il proprio suolo invaso (Stalingrado docet).
    Cosa centri, poi, quanto scrivi con l’anniversario del 4 novembre, lo sai solo tu.

  4. AMICO DI LAGNA

    4 novembre 2017 a 16:48

    MANCO LA FORTUNA NON IL VALORE

    CENTOMILA GAVETTE DI GHIACCIO – La tragedia di oltre 230 mila italiani durante la seconda guerra mondiale. Privi di armi moderne e di equipaggiamento adatto, quei ragazzi combatterono con grande valore e dignità. Poi dovettero soccombere alla forza d’urto dell’esercito sovietico. E cominciò il martirio della ritirata….Orde di sovietici si riversarono con incredibile violenza contro il fronte nemico che disordinatamente tentava di uscire da quell’inferno. Ma più i nostri arrancavano tra la neve e il ghiaccio in una ritirata che non sembrava non avere mai fine, più si sfinivano nel fisico e nel morale e agli incalzanti assalti russi, nulla potevano più opporre se non la fuga disperata. Il 2° corpo d’armata era completamente annientato e altre divisioni arretrando precipitosamente riuscirono a creare una linea di alcuni chilometri più a sud. Gli obiettivi dei russi erano il bacino industriale del Donetz e l’accerchiamento delle truppe italo-tedesche sul fiume Don(il tragico Don degli italiani…) che supportavano l’8° armata che assediava Stalingrado.

    La maggioranza dei fanti della divisione Cosseria e della Ravenna e più ancora quelli della Vicenza ai quali erano stati assegnati in linea di principio compiti di retrovia, facevano pena purtroppo a vederli. Avevano infatti scarponcelli nostrani di tipo leggero, molti avevano in testa dei semplici passamontagna di maglia di lana autarchica, ossia indumenti atti a proteggere dal freddo dell’inverno italiano, non certo quello russo con 40° gradi sotto zero. Sul fronte del Don avvenne lo sfondamento definitivo e anche il corpo d’Armata Alpino, ultimo baluardo italiano, si arrese e si sfasciò. Ma dovette aspettare a lungo, fermo nella sua posizione, perché l’ordine di ripiegamento tardava ad arrivare. E’ evidente e palese che gli alti comandi tedeschi pensarono di rastrellare e di intralciare l’avanzata dei bolschevichi lasciandosi alle spalle, indietro di giornate di marcia le divisioni italiane. Dunque è sicuro che questi alleati scomodi germanici, quando ordinarono agli alpini di iniziare la ritirata, non poterono non essere consapevoli di emanare una sentenza di morte contro le decine di migliaia di uomini che costituirono il meglio dello C.S.I.R ( Corpo di spedizione italiano in Russia) prima e dell’’A.R.M.I.R (Armata Italiana in Russia) dopo. Gli Ungheresi e i Rumeni invece inseguiti dai cosacchi del Don infischiandosene degli ordini se la davano a gambe.

    In piena ritirata a Nikolajewka ci fu una sanguinosa battaglia per lo sfondamento dell’ultimo sbarramento dei bolschevichi russi. Il ruolo maggiore lo svolsero gli alpini della Tridentina con gli aiuti della divisione alpina Julia con i fanti della Cunese e gli artiglieri della Val Pusteria. Isba per isba si riuscì a penetrare attraverso le difese sovietiche dei russi, dopodiché fu un’unica tirata verso la libertà. L’andare della colonna italiana verso la salvezza sembrava un fiume, un fiume del quale ciascun soldato italiano era un inconscia goccia o onda.

    Dei 230 mila uomini inviati in Russia, 30 mila furono rimpatriati perché feriti o congelati, i superstiti furono 115 mila. Mancarono all’appello 85 mila uomini di cui 10 mila furono restituiti dall’U.R.S.S.. Il totale effettivo delle perdite ammontò a 75 mila uomini. R.I.P.

    P.S. Per la cronaca a Isbuscenskij presso un’ ansa del fiume Don sul fronte orientale russo, il 24 Agosto 1942 ci fu l’ultima carica di cavalleria della storia degli eserciti effettuata con i cavalli. Essa fu condotta da unità dell’allora Regio Esercito e vide protagonista il Reggimento “ Savoia Cavalleria”. L’azione coraggiosa quanto audace, aveva contribuito all’allentamento della pressione dell’offensiva russa ed aveva consentito il riordino delle postazioni italiane. Onore a loro.

    EL ALAMEIN LA LINEA DEL FUOCO – Sono gli eroi leggendari di El Alamein, sono quelli della Folgore, la brigata paracadutisti dell’esercito italiano. I ragazzi della Folgore, distintisi negli anni recenti in tutte le operazioni militari di pace, in particolare in Somalia(Mogadiscio) nel 93, saranno sempre quelli di El Alamein. A El Alamein(le due bandiere) l’allora divisione Folgore, oggi Brigata, resistette con grande valore all’attacco numericamente soverchiante dell’Esercito di sua maestà britannica(la perfida Albione). In ottemperanza agli ordini ricevuti la divisione paracadutisti Folgore, che in Africa fu usata prevalentemente come divisione di fanteria, iniziò la ritirata e dopo 2 giorni di marcia nel deserto, ciò che restava della divisione si arrese, ma senza mostrare bandiera bianca e senza alzare le mani agli inglesi. Il coraggio e lo spirito combattivo della divisione suscitò il rispetto e l’ammirazione degli stessi avversari, tanto che ottennero dai britannici l’onore delle armi.

    “Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i Leoni della Folgore”. Con queste parole pronunciate alla camera dei comuni di Londra, Winston Churchill rese onore all’eroico sacrificio dei soldati italiani a El Alamein, in quelle drammatiche giornate che infiammarono le sabbie del deserto con il riverbero di una lotta disperata e leggendaria. Da questo momento la Folgore passerà alla storia come la divisione più leggendaria di tutti i tempi. “I resti della divisione italiana Folgore del Regio Esercito(oggi Esercito Italiano) hanno resistito oltre ogni limite delle possibilità umane e al di là di ogni possibile speranza”. “Gli ultimi superstiti della folgore sono stati raccolti esamini nel deserto”. “La Folgore è caduta con le armi in pugno”, riecheggia la radio BBC da Londra. L’onore delle armi del nemico, la testimonianza più autentica, l’unica che in fondo valeva davvero qualcosa.

    Mai i simboli e l’epopea della Folgore restano indissolubilmente legati alle vicende di El Alamein, tra il Luglio e il Novembre del 42. I ragazzi della Folgore infatti vivono in buca. La bella uniforme perde ogni suo colore, crescono le barbe. La depressione di El Quattara è una fossa torrida sita a 50 metri sotto il livello del mare. Non vi è un folgorino che non è febbricitante, ma nessuno brontola. Trascorrono le giornate nel fondo di una buca, stretta come il fosso di una bara, la sete è una brutta bestia. I barbuti ragazzi della Folgore si assottigliano, i battaglioni diventano compagni, poi plotoni, poi squadre. All’alba del 23 Ottobre 42 inizia la battaglia di El Alamein in cui i soldati italiani scrissero una delle più belle pagine della guerra africana. La lotta proseguì violenta per due giornate, ad un certo punto i parà italiani si trovarono privi di munizioni. Al grido di Viva l’Italia e la Folgore muore, ma non si arrende, scattarono come molle dalle loro buche e, usando delle bottiglie Molotov combatterono in un impari corpo a corpo col nemico, facendo saltare in aria quasi tutti i carri armati inglesi, i pezzi di artiglieria semovente campale e gli obici da campo della fanteria corazzata inglese . La lotta si svolse ad alterne vicende, La Folgore è isolata nel deserto ed accerchiata dal nemico,la differenza e la disparità di uomini e di 6500 parà italiani contro 55mila soldati inglesi( I Topi del deserto del generale Montgomery) la sua sorte è segnata. Da questo momento le vicende della Folgore cessano di essere storia e diventano leggenda. “ La resistenza opposta dalla divisione italiana paracadutisti Folgore è invero mirabile, dissero gli inglesi”. Dei 6450 ne restarono solo 340, inclusi ufficiali, ma nessuno ha mai alzato bandiera bianca. Dopo questa, la campagna d’Africa, alla Folgore venne conferita la medaglia d’oro al valore militare.

    Nel corso dei decenni, con il venir meno dei pregiudizi ideologici e di interpretazioni storico riduttive, la battaglia di El Alamein, per lungo tempo ufficialmente dimenticata, ha guadagnato lo spazio che ne compete nell’attenzione degli storici e nel rispetto delle autorità nazionali di destra e di sinistra. La battaglia di EL Alamein rimane uno degli esempi più significativi di coraggio ed abnegazione nella storia delle nostre truppe. A Quota 33 esiste un monumento, per la verità un sacrario militare, eretto per merito dell’ingegner Paolo Caccia Dominioni reduce di El Alamein e della guerra d’Africa dove sono custodite le spoglie di migliaia di soldati italiani, tra cui tantissimi ignoti. Li c’è la meglio gioventù d’Italia. Mancò la fortuna non il valore. Oltre alla Folgore, si sacrificarono ad El Alamein le Divisioni Bologna, Brescia, Trento e Trieste del nostro Esercito ed in particolare la divisione corazzata carristi dell’Ariete che si immolò letteralmente contro i carri armati (tanks) inglesi con corazze nettamente superiori alle nostre. I nostri carri armati, denominati “scatole di sardina” per la corazzatura non molto spessa, saltarono in aria uno ad uno sino all’ultimo carro impedendo al soverchiante nemico di oltrepassare la linea del fronte di El Alamein. Ma alla fine tutto fu vano.

    A circa 70 anni di distanza, El Alamein è il valore del soldato italiano testimoniato dagli stessi avversari di allora, diventa simbolo della ritrovata unità del popolo italiano attorno ai valori forti, riconosciuti e condivisi, un’occasione per ricostruire una memoria nazionale da confrontare con quella di tutti i popoli protagonisti di quelle pagine di storia che furono la seconda guerra mondiale.

    P.S. Fra sabbie non più deserte son di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore-Divisione Folgore Legione d’anime a presidio del deserto. El Alamein 1942. – F.to 149° corso A.U.C. (A.L.)-